“The Portrait of Man” e la moda come autoritratto
Nel cuore di Milano, sotto un cielo che sembra aver catturato il freddo invernale, Domenico Dolce e Stefano Gabbana hanno presentato la loro collezione FW26, intitolata The Portrait of Man.
Una sfilata che non parla di tendenze, né di provocazione: parla di uomo contemporaneo, osservato nella complessità dei suoi stati d’animo, dei suoi ricordi e delle tensioni interiori che lo definiscono.
Qui, la moda smette di essere diktat e diventa strumento narrativo, medium per raccontare l’individuo nella sua essenza più intima.
Libertà e trasversalità: l’uomo quotidiano al centro
La filosofia della collezione nasce da un’osservazione diretta della realtà, lontano dai riflettori delle star e dai red carpet. Dolce e Gabbana raccontano di aver iniziato il processo creativo semplicemente sedendosi ai bar e guardando le persone per strada, studiando come vivono, come camminano e come vestono nella vita reale. Il risultato è un guardaroba maschile libero e trasversale, capace di adattarsi a ogni persona senza imposizioni estetiche: giubbotti da aviatore accostati a pantaloni classici, jeans sdruciti, completi sportivi da calcetto, pigiami a righe, maglioncini pastello di mongolia e smoking classici.
La logica alla base della collezione è chiara: non esiste un solo modo di essere uomo, e ognuno ha diritto a trovare il proprio linguaggio nel vestirsi. Una visione apparentemente semplice, ma che rompe con anni di uniformità stilistica imposta dai trend globali e dal marketing di massa. Dolce & Gabbana celebrano l’errore, l’improvvisazione, e persino il “cattivo gusto”, come elementi che appartengono all’esperienza dell’individuo e che contribuiscono alla narrazione personale.
Il concetto chiave: autoritratti sartoriali
Se il cuore della collezione è la libertà, il filo conduttore è la coerenza dell’individuo. The Portrait of Man, come chiariscono i designer, non significa “men”, ma “man”: un solo uomo raccontato attraverso molteplici ritratti. Ogni look diventa un autoritratto psicologico e sartoriale, in cui la combinazione di tessuti, proporzioni e luce permette all’individualità di emergere in modi diversi. Non si tratta di esibire diversità etnica o sociale fine a sé stessa: il focus è sull’uomo come micro-universo, capace di abitare identità e stati d’animo molteplici senza perdere coerenza.
Dal punto di vista del casting, questa scelta ha suscitato polemiche: Lyas, fashion narratore, ha criticato la selezione esclusivamente di modelli bianchi e dai capelli scuri, sostenendo che per essere inclusiva la passerella dovrebbe mostrare tutti i volti delle diverse nazionalità. Ma interpretare questa scelta fuori dal contesto è un errore concettuale: il casting rafforza il tema della collezione, quello dell’unità dell’individuo. Non è esclusione: è una strategia narrativa volta a esplorare la molteplicità interiore di un solo uomo, non a rappresentare tutte le varianti possibili di etnia o cultura.
La sartorialità come strumento di espressione
Il DNA Dolce & Gabbana è evidente in ogni capo, ma qui la sartoria non è mai statica o museale: è uno strumento dinamico al servizio della narrazione. Cappotti classici in cammello coesistono con ampi shearling interni a pelo lungo; abiti da sera in broccato e velluto dialogano con maglieria colorata e capi casual come tute e giubbini. La combinazione di tessuti tradizionali e volumi oversize crea un guardaroba coerente, versatile, che accompagna l’uomo dalla mattina alla sera senza soluzione di continuità.
Questa attenzione alla proporzione, al dettaglio e alla luce permette a ogni look di raccontare uno stato d’animo differente. Il pensatore introspettivo, il creativo visionario, il mediterraneo sensuale, il razionalista strutturato, il romantico inquieto: la passerella diventa una galleria di micro-universi maschili, dove la moda è mezzo di introspezione e non semplice estetica.
Riferimenti e continuità con la storia del brand
Il lavoro di Dolce & Gabbana mostra anche una capacità unica di dialogare con la propria eredità stilistica. I simboli iconici della maison — cinture, ricami, proporzioni — sono presenti, ma reinterpretati con leggerezza e attualità. Non c’è nostalgia, ma una continuità evolutiva: il passato serve da punto di partenza per raccontare il presente.
In questo senso, la collezione FW26 si distingue per il suo equilibrio tra tradizione e modernità, tra sartorialità e casualità, tra eleganza e comfort. L’uomo che sfila non è un modello astratto o uno stereotipo, ma un individuo osservato nella sua autenticità, con tutto il peso delle sue emozioni e delle sue scelte quotidiane.
Critica e contesto culturale
Il messaggio di The Portrait of Man va oltre l’estetica: è un manifesto contro l’omologazione globale. Dolce & Gabbana sostengono che la moda deve aiutare a costruire consapevolezza e personalità. In un’epoca in cui persino i social network contribuiscono alla formazione di gusti uniformi, il brand riafferma il ruolo della moda come strumento di narrazione e libertà intellettuale, non come imposizione.
Il paragone con Pirandello, inevitabile, è illuminante: come in Uno, nessuno e centomila, l’individuo si manifesta in modi diversi agli occhi degli altri e a sé stesso. La collezione racconta la molteplicità senza cadere nella tipizzazione o nello stereotipo: l’originalità del pensiero e dell’espressione personale sono centrali.
Dettagli dei look
Tra i capi più iconici della sfilata spiccano:
- Giubbini da aviatore in pelle accostati a pantaloni classici, che bilanciano heritage e modernità.
- Pigiami a righe e maglioncini pastello, che trasformano capi domestici in strumenti di espressione pubblica.
- Smoking e abiti da sera in broccato e velluto, rivisitati con tagli contemporanei e proporzioni dinamiche.
- Cappotti oversize in shearling e lana, che giocano con volumi ampi ma proporzionati al corpo.
- Jeans sdruciti e completi casual, che mostrano come il brand sappia integrare elementi streetwear senza forzature.
Ogni capo, ogni texture, ogni dettaglio è pensato per dare voce a un ritratto unico, trasformando la passerella in una sequenza cinematografica di identità.
Ospiti e first row: la discrezione della celebrità
Anche se il cuore della sfilata resta l’uomo reale e la sua complessità, la first row ha accolto ospiti internazionali di spicco, tra cui Benson Boone, Haein Jung e Claudio Santamaria, affiancati da influencer e personalità del fashion come Pelayo Díaz.
La loro presenza, però, non distoglie l’attenzione dal concept: non si tratta di una vetrina di celebrità, ma di un contesto che valorizza la narrazione dei modelli e dei look.
In questo equilibrio, le star fungono da spettatori privilegiati, testimoni della sequenza di autoritratti maschili, mentre la passerella rimane un osservatorio sulla molteplicità dell’identità contemporanea, piuttosto che un palcoscenico per l’apparenza pubblica.
Un uomo, cento ritratti: la dichiarazione di Dolce & Gabbana
The Portrait of Man non si limita a essere una collezione FW26: è un manifesto estetico e concettuale, una riflessione sulla complessità dell’identità maschile contemporanea.
Dolce & Gabbana dimostrano che la moda non è solo superficie, ma linguaggio, introspezione e autoritratto sartoriale. Ogni capo diventa strumento di narrazione: un mezzo per raccontare chi si è, quali tensioni interiori si abitano e quali sfumature emotive si portano con sé.
In un’epoca ossessionata dall’omologazione estetica e dai diktat della diversità come quota, la collezione ribadisce un concetto semplice ma potente: inclusione significa dare spazio all’individualità, non uniformare la differenza.
L’uomo di Dolce & Gabbana può essere uno, cento, mille volti, ma rimane coerente con sé stesso. La passerella diventa così una galleria di ritratti viventi, un’ode alla libertà di espressione e alla sofisticata complessità di chi sceglie di abitare il proprio stile senza compromessi.




