“100 cose da non dimenticare”: quando memoria, progetto e città costruiscono nuovi rifugi contemporanei
Alla Milano Design Week 2026 c’è chi occupa palazzi, chi invade cortili, chi illumina showroom. E poi c’è chi scende sottoterra.
Non è una scelta estetica. È una presa di posizione.
La Repubblica del Design — attiva nel tessuto periferico del Municipio 9 — costruisce uno dei progetti più radicali di questa edizione scegliendo di lavorare su ciò che la città ha rimosso: i rifugi e i bunker della Seconda guerra mondiale. Non come reliquie, ma come dispositivi attivi. Non come memoria congelata, ma come spazio operativo.
Dopo “Senza Invito”, che aveva già incrinato il confine tra istituzione e margine entrando nel carcere di San Vittore, il nuovo capitolo alza ulteriormente la posta: trasformare l’invisibile urbano in una piattaforma pubblica di progetto.
Non è una mostra. È una riattivazione
“100 cose da non dimenticare” evita accuratamente la retorica della commemorazione. Non costruisce un racconto lineare, né una sequenza didascalica. Lavora per sovrapposizioni, interferenze, slittamenti.
Il timing non è casuale: il progetto si sviluppa in prossimità del 25 aprile, ma invece di celebrare, interroga. Invece di fissare valori, li mette in crisi, li espone, li distribuisce nello spazio come materia instabile.
I luoghi scelti sono già dichiarazione:
- il rifugio di via Bodio
- il Bunker Breda nel Parco Nord Milano
Due architetture nate per proteggere i corpi che oggi provano a proteggere qualcosa di più fragile: il senso collettivo.
Il progetto come sistema, non come evento
Il numero “100” non è un tema curatoriale. È una macchina narrativa.
Funziona come unità minima e come moltiplicatore. Frammenta il racconto, lo rende non gerarchico, lo distribuisce. Ogni elemento è autonomo ma incompleto, costringendo il visitatore a costruire connessioni.
Quello che emerge non è una mostra, ma un ecosistema di pratiche:
- archivi che non archiviano ma producono letture
- oggetti che non rappresentano ma attivano
- installazioni che non occupano lo spazio ma lo rivelano
Il progetto non si visita: si attraversa, si monta mentalmente, si ricompone.
Rifugio: da spazio di emergenza a modello contemporaneo
La vera intuizione sta qui: rileggere il rifugio come tipologia attuale.
Non più solo protezione bellica, ma dispositivo capace di rispondere a crisi diverse — ambientali, sociali, energetiche. Il bunker diventa prototipo. Il sottosuolo diventa laboratorio.
In questo senso, il progetto lavora su una domanda implicita ma potentissima:
che cosa significa oggi proteggersi? e da cosa?
Una delle tensioni più interessanti è quella tra dimensione ludica e carico storico.
Da un lato, playground in cartone, giocattoli a molla, dispositivi interattivi. Dall’altro, tracce di guerra, testimonianze operaie, stratificazioni materiali.
Non è contrasto: è cortocircuito.
Il gioco non alleggerisce la memoria, la destabilizza. La rende manipolabile, quindi discutibile. Il visitatore non è spettatore passivo ma agente che interviene, modifica, interpreta.
La memoria diventa un campo di progetto.
TechnéTECA e l’ossessione per il “fare”
Dentro questo scenario, TechnéTECA è forse il punto più politico dell’intero impianto.
Non perché parli di sostenibilità — parola ormai consumata — ma perché prova a costruire una continuità operativa tra:
- pratiche di scarsità del dopoguerra
- produzione industriale contemporanea
- ricerca accademica
Non nostalgia del “saper fare”, ma tentativo di trasformarlo in infrastruttura cognitiva condivisa.
È qui che il progetto smette definitivamente di essere espositivo e diventa strumento. Nel finale, il progetto cambia scala e diventa quasi urbano.
“Verso un lettering civile” lavora sulle parole come materia fisica: lettere recuperate, smontate, ricomposte. Segni che hanno perso funzione commerciale e trovano una nuova dimensione pubblica.
È un passaggio cruciale: dalla memoria degli spazi alla costruzione del linguaggio.
Perché se i rifugi ridefiniscono il modo in cui abitiamo, le parole ridefiniscono il modo in cui pensiamo.
Il punto non è ricordare
Il titolo è quasi un depistaggio.
“100 cose da non dimenticare” non parla davvero di memoria. Parla di responsabilità progettuale.
Non chiede cosa conservare, ma cosa fare di ciò che resta. Non si limita a riaprire spazi, ma li mette sotto tensione. Non celebra la Resistenza: ne testa l’eredità nel presente.
E soprattutto evita la trappola più comune della Design Week: l’evento che finisce quando si spengono le luci.
Qui il progetto insiste, sedimenta, lascia tracce.
Sotto la superficie, il vero progetto della città
In una settimana dominata da estetiche e narrazioni patinate, la Repubblica del Design costruisce un gesto diverso: porta il design fuori dalla comfort zone e lo rimette in una condizione di necessità.
Non è un progetto facile. Non è immediato. Non è “instagrammabile”.
Ma è esattamente il tipo di operazione che ridefinisce cosa può essere il design oggi:
non oggetto,
non stile,
ma pratica critica capace di incidere sul reale.
Repubblica del Design – 100 cose da non dimenticare
Orari: dalle 10:00 alle 20:00
Bunker Breda – Via Clerici, 150, 20099 Sesto San Giovanni
Rifugio 87 – Viale L. Bodio, 22, 20158 Milano


