Il design emergente della Svizzera

Alla prossima Milano Design Week 2026, dal 20 al 24 aprile, la Svizzera torna protagonista del panorama internazionale del progetto con Shared Matter, una nuova piattaforma espositiva dedicata al design emergente.

Promossa dalla Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia in collaborazione con Presence Switzerland, la mostra segna l’inizio di un nuovo capitolo dopo il successo delle tre edizioni di House of Switzerland Milano (2023–2025).

Il progetto trova casa nel cuore di Brera, presso SPAZIOVENTO, uno spazio espositivo caratterizzato da un’architettura essenziale e flessibile, concepita come una vera e propria “tela bianca”. In questo ambiente neutro, il design svizzero emergente si presenta attraverso una mostra collettiva che mette al centro non solo gli oggetti, ma soprattutto i processi, le collaborazioni e le traiettorie culturali che li hanno generati.

Shared Matter non è quindi soltanto una vetrina di nuovi prodotti, ma un’indagine sulle dinamiche contemporanee della progettazione, sempre più fondate su scambi internazionali, residenze di ricerca, sperimentazioni interdisciplinari e relazioni con sistemi produttivi distribuiti.

Il design come pratica condivisa

La mostra parte da un presupposto chiaro: oggi il design non nasce in isolamento. Nasce piuttosto dall’incontro tra competenze, culture e contesti diversi.

Come sottolinea Marie Mayoly, responsabile delle Piattaforme Internazionali e Delegazioni per il design di Pro Helvetia, l’obiettivo del progetto è raccontare proprio questa dimensione relazionale:

“Shared Matter evidenzia come i designer operino attraverso contesti diversi mediante ricerca, scambio e collaborazione. La mostra richiama l’attenzione sui percorsi che stanno dietro a ciascun progetto, sottolineando che un sostegno significativo non riguarda soltanto i risultati finali, ma anche i processi che li modellano.”

In questo senso, ogni oggetto presentato diventa la traccia visibile di una rete di relazioni: tra designer e artigiani, tra industrie e territori, tra tecniche tradizionali e tecnologie contemporanee.

Sei progetti, sei geografie del design

La selezione riunisce sei progetti sviluppati da designer e studi svizzeri emergenti, scelti tramite open call da una giuria internazionale composta dall’architetta e designer milanese Maddalena Casadei e dal design writer londinese Max Fraser, direttore editoriale di Dezeen.

Il criterio di selezione non ha riguardato solo la qualità formale o l’innovazione tecnologica, ma anche la capacità dei progetti di dialogare con contesti culturali e produttivi complessi.

Suono, tecnologia e accessibilità

Tra i progetti in mostra, Chord Machine AKT-0.1 di Akuto Studio esplora il rapporto tra design e musica. Nato inizialmente come prototipo in un laboratorio di liuteria ad Atene, lo strumento è stato successivamente sviluppato all’interno dell’ecosistema produttivo cinese.

Il risultato è un dispositivo musicale intuitivo che reinterpreta la costruzione degli accordi attraverso un’interfaccia minimale ispirata ai principi estetici di Dieter Rams. Il progetto dimostra come il design possa rendere accessibili esperienze creative tradizionalmente riservate ai musicisti esperti.

Illuminazione consapevole

Un approccio altrettanto sperimentale caratterizza Re27, la lampadina progettata dal brand di illuminazione iiode. Il modulo retrofit integra tecnologia LED, materiali riciclati e una catena di approvvigionamento europea trasparente.

La complessità tecnica viene concentrata nella sorgente luminosa stessa, consentendo di aggiornare lampade esistenti senza sostituire l’intero apparecchio. Il progetto propone così una visione della luce come materiale sensibile, capace di generare qualità atmosferiche naturali attraverso una tecnologia responsabile.

La neve tradotta in materia

Il progetto Fleeting Landscapes di Noelani Rutz nasce invece dall’incontro tra paesaggi svizzeri e cultura ceramica giapponese. Realizzata in collaborazione con Tajimi Custom Tiles, la collezione di piastrelle traduce l’evanescenza della neve in superfici ceramiche permanenti.

Attraverso tecniche di colata e smaltatura, le texture evocano i cambiamenti stagionali e la fragilità ecologica dei paesaggi alpini. Il risultato è un progetto che riflette sul rapporto tra memoria del territorio e trasformazione materiale.

Scultura luminosa

La Hall Lamp progettata dallo studio Panter&Tourron nasce invece da una collaborazione con l’azienda italiana From Lighting. Realizzata a partire da un tubo di alluminio estruso e trattata con gradienti cromatici anodizzati, la lampada unisce funzione e presenza scultorea.

Dotata di LED dimmerabile, la struttura minimale permette di modulare l’atmosfera luminosa trasformando l’oggetto in un elemento architettonico capace di dialogare con diversi ambienti.

Alternative sostenibili alla plastica

Il designer Silvio Rebholz affronta invece la questione dei materiali monouso con Paper Glasses, un bicchiere biodegradabile ottenuto da carta modellata in 3D e trattata con cera d’api.

Il progetto nasce da una residenza di ricerca presso la Róng Design Library in Cina, dove Rebholz ha collaborato con artigiani della provincia dello Yunnan per reinterpretare tecniche tradizionali di produzione della carta in chiave contemporanea.

Tessiture tra culture

Infine, Sapin-Sapin è il risultato della collaborazione tra Vera Roggli e la designer filippina Julia Villamonte. Il tappeto multifunzionale intrecciato in foglie di karagumoy può trasformarsi in seduta bassa, superficie per il riposo o divisorio domestico.

Realizzato con laboratori artigianali nella città filippina di Labo, il progetto intreccia letteralmente tradizioni tessili di diverse culture, trasformando un oggetto quotidiano in un dispositivo narrativo e sociale.

Una scenografia che racconta il processo

All’interno di SPAZIOVENTO, l’allestimento concepito dal duo di designer Gini Moynier in collaborazione con il graphic designer Nicolas Bernklau costruisce un ambiente immersivo basato su una composizione grafica monocromatica.

L’intervento visivo, realizzato con il supporto dello studio Blēo, guida i visitatori attraverso diverse fasi della pratica progettuale: ricerca, sperimentazione, produzione. Gli oggetti vengono presentati sia come singole forme sia come serie, aprendo una riflessione sul loro potenziale industriale e sulle condizioni che ne rendono possibile l’esistenza.

Uno spazio conviviale sviluppato insieme al brand giapponese Karimoku New Standard estende inoltre l’esperienza espositiva oltre la dimensione contemplativa, favorendo incontri informali tra designer, curatori e professionisti del settore.

Il design come ecosistema culturale

In definitiva, Shared Matter propone una lettura del design contemporaneo come ecosistema collaborativo. Oggetti, materiali, tecnologie e saperi si intrecciano in reti globali che attraversano discipline, territori e tradizioni produttive.

Come sottolinea la giuria della mostra:

“Il design, nella sua essenza, è una disciplina profondamente collaborativa. Quando lo consideriamo un ecosistema culturale condiviso, piuttosto che una pratica individuale, creiamo spazio per idee più rilevanti e trasformazioni significative.”

In questo scenario, il contributo di Pro Helvetia diventa cruciale: sostenere i processi di ricerca, favorire le connessioni internazionali e promuovere il dialogo tra culture progettuali diverse.

Alla Milano Design Week 2026, Shared Matter si afferma non solo come una mostra, ma come uno spazio di dialogo: una piattaforma in cui il design diventa linguaggio comune, capace di connettere persone, idee e geografie creative.

Oltre l’oggetto: verso un design condiviso

Il cuore di Shared Matter risiede nella sua capacità di rendere evidente ciò che solitamente resta invisibile: le relazioni, le negoziazioni, le conoscenze condivise che danno forma agli oggetti.

Come sottolinea la giuria internazionale, composta da Maddalena Casadei e Max Fraser, il design più rilevante oggi nasce dall’incontro tra prospettive diverse. È in questa tensione fertile che si aprono nuove possibilità: non solo estetiche, ma anche sociali ed ecologiche.

In questo senso, la mostra segna un passaggio importante per la presenza svizzera a Milano. Dopo le esperienze di House of Switzerland, il nuovo format abbandona la dimensione nazionale per abbracciare una visione più ampia e interconnessa.

Un ecosistema culturale in espansione

Intorno alla mostra si sviluppa un programma che amplia ulteriormente il dialogo tra discipline. Tra gli appuntamenti, l’installazione di Romane de Watteville all’Istituto Svizzero esplora il rapporto tra design e cultura visiva contemporanea, trasformando il paravento in dispositivo narrativo legato allo scrolling digitale.

Parallelamente, momenti informali come lo Swiss Breakfast e le design walk rafforzano la dimensione comunitaria dell’evento, creando occasioni di incontro tra professionisti, istituzioni e pubblico.

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