Il Futuro è una Riconfigurazione del Passato: L’Estetica della Continuità e della Sottrazione
Nella terza giornata della Milano Fashion Week, Marni presenta la SS27, la seconda collezione firmata da Meryll Rogge. Se il primo appuntamento aveva avuto soprattutto il compito di stabilire un rapporto con l’identità della maison, questa stagione permette di osservare con maggiore chiarezza la direzione intrapresa dalla designer.
La parola che meglio descrive questo nuovo capitolo di Marni è trasformazione. Ma non intesa come rottura, né come desiderio di azzerare ciò che è venuto prima. Al contrario: Rogge lavora sulla possibilità di trasformare una materia, una forma, un’immagine e persino un codice senza privarli della memoria che portano con sé.
È un principio che attraversa l’intero progetto della sfilata, dall’invito alla scenografia fino agli abiti.
E proprio questa coerenza rende la SS27 particolarmente interessante: il concetto non viene applicato alla collezione dall’esterno, ma sembra nascere dalla stessa grammatica con cui Rogge sta costruendo il nuovo Marni.
Un aeroplanino per raccontare il cambiamento
Il primo indizio arriva ancora prima della passerella.
L’invito alla sfilata è un piccolo aeroplano di carta, realizzato attraverso materiali recuperati dalle precedenti lavorazioni di Marni. Il progetto nasce dalla collaborazione con Aula9, Biennio di Tecnologia dei Materiali Cartacei dell’Accademia di Belle Arti di Roma, e ha richiesto oltre cento ore di lavoro nell’arco di tre settimane.
Non si tratta però semplicemente di un esercizio di riciclo.
L’oggetto è costruito intorno a una contraddizione: l’aeroplanino è leggerissimo, quasi effimero, ma riproduce nella sua forma una macchina concepita per vincere la gravità. La sua funzione nasce dunque da una trasformazione della materia e della forma.
È la stessa logica che ritroveremo nella collezione.
Il materiale non viene distrutto per essere sostituito da qualcosa di nuovo. Viene spostato, piegato, ricomposto.
Ogni aeroplanino conserva inoltre una propria irregolarità. Non sono oggetti industrialmente identici, ma pezzi differenti, nei quali rimangono visibili frammenti della loro vita precedente.
È un dettaglio importante perché introduce uno dei temi centrali della SS27: l’imperfezione non come errore, ma come traccia della trasformazione. In questo senso l’invito è già una piccola dichiarazione di poetica.
Marni non vuole cancellare ciò che esiste per costruire il futuro. Vuole utilizzare ciò che esiste come materiale per costruirlo.
La scenografia: il passato diventa materia del presente
La stessa operazione viene applicata allo spazio.
Per la SS27 Meryll Rogge torna a collaborare con Formafantasma, portando avanti il lavoro sviluppato per la stagione precedente. La scenografia dell’Autunno Inverno 2026 viene smontata e trasformata: il legno viene tagliato, svuotato e ricomposto, mentre alcune parti della struttura precedente rimangono volutamente leggibili.
Non c’è dunque una nuova scenografia che sostituisce la precedente. C’è una scenografia che nasce dalla precedente. La differenza è sostanziale.
Le pareti grezze dell’edificio, l’infrastruttura tecnica e i resti del set convivono nello stesso ambiente. Il soffitto viene aperto e la luce naturale entra nello spazio, sottraendo ulteriormente qualcosa alla costruzione precedente.
Il risultato ha quasi la natura di uno scavo archeologico: gli strati non vengono nascosti, ma lasciati convivere.
Quello che normalmente una scenografia cerca di eliminare — il segno della costruzione, la struttura, il materiale grezzo, ciò che rimane dopo l’utilizzo — qui diventa parte dell’immagine.
È una scelta che dialoga perfettamente con l’idea di moda sviluppata da Rogge. Perché anche l’abito, nella SS27, non sembra interessato a cancellare le tracce della propria costruzione. Le mostra.
Il corpo prima dell’immagine
È qui che la collezione prende veramente forma.
Meryll Rogge concentra l’attenzione sul corpo femminile e sul rapporto tra corpo e abito, evitando di trasformare la silhouette in un esercizio puramente spettacolare.
Il vestito torna a essere un oggetto da abitare.
Le proporzioni cambiano continuamente: volumi e superfici si avvicinano al corpo per poi allontanarsene, le gambe diventano una parte importante della composizione e i calzettoni al ginocchio introducono una nota quasi quotidiana, infantile e sportiva all’interno di look più costruiti.
È proprio questo contrasto a impedire alla collezione di diventare troppo controllata.
Rogge lavora sul confine tra il sofisticato e il familiare, tra ciò che appartiene al guardaroba e ciò che sembra provenire da un’immaginazione più libera.
Il corpo non viene idealizzato. Viene osservato.
E l’abito diventa il dispositivo attraverso cui modificarne la percezione.
Questo è un passaggio importante per comprendere la direzione di Rogge a Marni: la designer non sembra interessata a produrre una nuova uniforme estetica per la maison, ma a costruire un sistema nel quale silhouette, materia, stampa e accessori possano entrare continuamente in collisione.
È un metodo più vicino alla ricerca che alla formula.
La memoria di Marni senza nostalgia
Il rischio, quando si eredita una maison con un’identità così riconoscibile, è duplice: replicare l’archivio oppure cercare di dimostrare troppo rapidamente di esserne completamente indipendenti.
Rogge evita entrambe le strade.
La sua Marni guarda evidentemente alla storia della maison, ma non sembra volerla mettere in scena.
La utilizza. È una differenza fondamentale.
Ci sono proporzioni, ironie, combinazioni e tensioni che appartengono alla memoria di Marni, ma vengono ricomposte attraverso una sensibilità contemporanea. Non si tratta quindi di riportare in passerella un’immagine del passato, bensì di capire quali elementi di quella storia possano continuare a produrre significato.
È esattamente ciò che accade al set. Ed è esattamente ciò che accade all’invito.
La materia precedente viene mantenuta, ma la sua funzione cambia.
Questa coerenza progettuale è probabilmente uno degli aspetti più riusciti della collezione.
Una femminilità meno costruita
La donna di Meryll Rogge non ha bisogno di essere definita attraverso un unico tipo di femminilità.
È proprio la sovrapposizione di registri a renderla interessante.
C’è una componente estremamente vestimentaria, quasi classica, accanto a elementi più casual. Ci sono gambe scoperte e calzettoni, costruzioni più precise e dettagli che sembrano sottratti al guardaroba quotidiano.
L’effetto complessivo non è quello di una donna trasformata dall’abito, ma di una donna che trasforma l’abito attraverso il proprio corpo.
È una differenza sottile, ma importante.
Rogge sembra voler restituire all’abbigliamento una dimensione fisica: il vestito non è soltanto immagine, fotografia, contenuto social o superficie da riconoscere immediatamente. È qualcosa che si muove, che pesa, che aderisce, che cade, che modifica la postura.
In questo senso la collezione è meno interessata alla costruzione di un’immagine istantaneamente virale e più alla costruzione di una silhouette riconoscibile nel movimento.
Il casting guarda a un pubblico globale
Anche il casting e il pubblico attorno alla sfilata contribuiscono a definire il nuovo perimetro di Marni.
Tra gli ospiti figurano Angela Yeung Wing, attrice, modella e figura molto conosciuta della cultura pop cinese, e Thomas Teetut e Kongpob Kongpob, la coppia thailandese conosciuta dalla propria fanbase internazionale come Thomas & Kong.
La loro presenza è significativa all’interno di una maison che negli ultimi anni ha sviluppato una forte capacità di dialogare con l’Asia e con una generazione di pubblico per cui moda, entertainment, fandom e cultura digitale sono ormai parte dello stesso ecosistema.
Non è soltanto una questione di celebrity.
È il modo in cui un brand costruisce oggi la propria comunità.
Marni rimane profondamente legato alla propria identità italiana ed europea, ma la sua audience non è più necessariamente definita geograficamente. E la scelta di Rogge sembra inserirsi proprio in questo spazio: un’identità precisa che non ha bisogno di essere localizzata per essere riconoscibile.
Maria Carla Boscono e il finale
A chiudere la sfilata è Maria Carla Boscono, presenza storica del fashion system italiano e volto che appartiene a una generazione di modelle capace di attraversare più epoche della moda contemporanea.
La sua uscita funziona quasi come una parentesi all’interno del racconto.
Perché la collezione che abbiamo appena visto parla di continuità, di memoria e di trasformazione, e Boscono rappresenta a sua volta una forma di continuità della moda italiana.
Al termine della passerella, Meryll Rogge saluta insieme a Renzo Rosso, fondatore e presidente del gruppo OTB, proprietario di Marni.
È un’immagine semplice, ma restituisce bene il momento che sta vivendo la maison.
Rogge non è più soltanto la designer appena arrivata. Con la SS27 comincia a essere più evidente la possibilità di una sua idea di Marni.
Il secondo capitolo di Meryll Rogge
La Primavera Estate 2027 non è una collezione che cerca di stupire attraverso una singola trovata.
Il suo interesse sta piuttosto nella costruzione di un sistema.
L’aeroplanino dell’invito, il recupero dei materiali, la trasformazione della scenografia di Formafantasma, il rapporto con l’archivio, il corpo femminile, la silhouette e persino il casting sembrano rispondere alla stessa domanda: cosa significa creare qualcosa di nuovo senza dover necessariamente distruggere ciò che esiste già?
È una domanda particolarmente pertinente per la moda contemporanea.
E Marni sembra affrontarla non attraverso un manifesto dichiarato, ma attraverso il progetto stesso.
Il set precedente diventa materiale per quello successivo.
La materia di scarto diventa un oggetto. L’archivio diventa linguaggio. La memoria diventa costruzione.
Il corpo diventa il punto di partenza dell’abito.
Quello di Rogge è dunque un lavoro sulla continuità, più che sulla nostalgia.
E forse è proprio qui che la sua direzione creativa comincia a trovare una propria identità.
Dopo il debutto, la domanda non è più se Meryll Rogge possa entrare nell’universo Marni. La SS27 mostra piuttosto che la designer sta iniziando a modificarne il linguaggio dall’interno, senza spezzarne la storia.
Un processo ancora in corso, ma già leggibile.
Perché il nuovo Marni non sembra voler essere un Marni completamente diverso.
Sembra voler dimostrare che anche una maison con una storia così forte può continuare a cambiare senza smettere di essere se stessa.


