Il nuovo linguaggio di McCollough e Hernandez

A Parigi sfila la Primavera/Estate 2027 di Loewe, la terza collezione firmata da Jack McCollough e Lazaro Hernandez, arrivati alla guida della maison nel marzo 2025 dopo l’uscita di Jonathan Anderson. Una collezione che sembra finalmente mettere a fuoco la direzione intrapresa dai due designer e aprire, con maggiore sicurezza, una nuova fase per la casa spagnola.

Il passaggio non è semplice. Anderson ha lasciato a Loewe un’eredità particolarmente forte: in poco più di un decennio ha trasformato la maison in uno dei nomi più desiderabili della moda contemporanea, lavorando sulla pelletteria, sull’artigianalità e su un immaginario capace di essere allo stesso tempo intellettuale, ironico e pop. Ha reso Loewe immediatamente riconoscibile, costruendo un universo nel quale moda, arte, cultura e prodotto convivevano con naturalezza.

La sfilata SS27 di Loewe alla Paris Fashion Week

McCollough e Hernandez si sono quindi trovati davanti a una domanda tutt’altro che secondaria: come continuare quella storia senza limitarsi a replicarla?

La risposta che arriva con questa terza prova è ancora in costruzione, ma appare decisamente più nitida.

Se nella collezione precedente avevo percepito una certa dispersione, questa volta ritrovo un maggiore focus. Le diverse componenti sembrano dialogare meglio tra loro e, soprattutto, emerge una volontà più precisa di tornare al prodotto, alla costruzione dell’abito e agli accessori. Non è ancora un linguaggio completamente definito, ma è un abaco di codici che comincia a riconoscersi.

Un’arena per Loewe

La scenografia introduce immediatamente questa idea di collettività e spettacolo.

Lo show si svolge al Château de Vincennes, all’interno di una struttura circolare a due livelli che guarda all’architettura degli anfiteatri, degli stadi e delle arene. Il progetto evoca luoghi molto diversi tra loro: dall’Anatomical Theatre di Padova al Globe Theatre di Londra, dal gasometro di Detroit alla Scala di Milano.

È un’architettura pensata per lo sguardo.

Il pubblico non è semplicemente seduto davanti a una passerella, ma viene inserito all’interno di uno spazio che richiama il teatro, lo sport, il rituale e la performance. Una scelta che porta al centro dell’esperienza il rapporto fisico tra persone, abiti e movimento.

E in effetti è proprio il movimento uno degli elementi interessanti di questa Loewe.

Le silhouette non sembrano costruite per immobilizzare il corpo, ma per seguirlo. I volumi sono rilassati, spesso ampi, mentre gli accessori assumono dimensioni importanti. Grandi sacche e borsoni vengono portati insieme a trench, bomber e capi più strutturati, creando una sorta di guardaroba quotidiano ingrandito, quasi atletico.

È una Loewe che sembra voler uscire dal piedistallo.

Il nuovo abaco di Loewe

Il carattere della maison rimane riconoscibile. Colori accesi, volumi morbidi, una certa attitudine sporty-casual e una relazione molto forte con la pelletteria continuano a essere presenti.

Ma cambiano le proporzioni e soprattutto cambia il modo in cui questi elementi vengono combinati.

I tessuti tecnici convivono con materiali più preziosi. Dettagli catarifrangenti e superfici funzionali entrano in dialogo con la pelle. Trench e bomber assumono una dimensione quasi urbana, mentre i grandi accessori restituiscono alla collezione quella componente immediatamente desiderabile che Loewe ha saputo costruire negli ultimi anni.

È una quotidianità tutt’altro che anonima.

Il punto interessante è proprio questo: McCollough e Hernandez sembrano non avere interesse a costruire un’immagine eccessivamente concettuale. Preferiscono partire da oggetti che possono essere realmente indossati, trasportati, vissuti. Il lusso passa dalla costruzione e dal dettaglio più che dalla spettacolarità fine a se stessa.

La pelletteria, in questo senso, è uno dei territori più convincenti.

Le gonne in pelle si abbottonano fino a salire quasi sotto il seno, trasformando un elemento tradizionale del guardaroba in una nuova proporzione del corpo. I bomber, neri o bicolore, sono attraversati da chiusure drappeggiate che ne modificano la superficie. I babydoll dress giocano invece con volumi e proporzioni, spostando il punto di equilibrio tra corpo e abito.

Sono interventi apparentemente semplici, ma capaci di costruire una grammatica.

Pelle, maglieria e movimento

Anche la maglieria trova una dimensione precisa.

Gilet in lana e pullover lavorati introducono una componente tattile che riporta la collezione verso una dimensione più artigianale. È un aspetto importante per Loewe, maison nella quale la materia non è mai soltanto superficie ma parte sostanziale dell’identità.

La sensazione è quella di un guardaroba costruito per sovrapposizioni, per combinazioni spontanee, per un uso quotidiano.

E proprio qui la collezione sembra trovare uno dei suoi punti di forza: nella possibilità di immaginare i singoli pezzi fuori dalla passerella.

Il trench con il grande borsone. Il bomber con la gonna di pelle. Il pullover lavorato sopra un pantalone più asciutto. Sono immagini che restituiscono una moda concreta, ma non prevedibile.

Gli abiti e una ricerca ancora aperta

È soprattutto negli abiti che, a mio avviso, emerge qualche incertezza in più.

Cut-out e pattern floreali si alternano a leggeri abiti di seta dai toni più classici. Alcune costruzioni sembrano guardare a un immaginario quasi anni Venti, con balze a contrasto e silhouette più fluide.

Sono elementi interessanti presi singolarmente, ma nell’insieme risultano leggermente meno coesi rispetto alla parte più sportiva e materica della collezione.

È forse proprio qui che si percepisce che il linguaggio dei due designer è ancora in fase di costruzione.

Non tutto deve necessariamente essere risolto in una terza collezione. Anzi, è interessante osservare quali elementi iniziano a ripetersi e quali invece vengono progressivamente abbandonati. Una direzione creativa si costruisce anche per selezione: attraverso ciò che torna, ciò che viene trasformato e ciò che scompare.

Il dettaglio che può diventare codice

Molto interessanti sono invece i pantaloni.

Portati a vita alta, sono costruiti in modo da aprirsi sulla vita quasi come petali. È un intervento semplice, ma possiede quel piccolo scarto necessario a trasformare un capo quotidiano in qualcosa di riconoscibile.

È uno di quei dettagli che riesco facilmente a immaginare fuori dalla passerella: indossato dalle celebrity, fotografato negli editoriali, ripreso sui social. Un elemento potenzialmente capace di diventare uno dei codici più immediatamente associabili a questa nuova Loewe.

Ed è proprio nella costruzione di questi codici che si gioca una parte importante del lavoro di McCollough e Hernandez.

Non devono necessariamente inventare un nuovo mondo da zero. Devono riuscire a fare in modo che il mondo Loewe possa continuare a evolversi senza perdere la propria riconoscibilità.

Il colore come firma

A tenere insieme la collezione interviene anche il colore.

Il turchese brillante ritorna con forza accanto a gialli, blu intensi e verdi, costruendo una palette quasi arcobaleno che appartiene profondamente all’immaginario Loewe contemporaneo.

È un colore utilizzato come energia, più che come semplice decorazione.

La palette permette infatti di alleggerire la componente tecnica e urbana dei capi, evitando che bomber, trench e tessuti funzionali scivolino verso un’immagine eccessivamente utilitaria. Il risultato rimane vivace, ma non necessariamente eccessivo.

Il colore diventa una sorta di collante tra mondi diversi: la pelle e la maglieria, il tecnico e l’artigianale, lo sporty e il più romantico.

Una nuova fase

La cosa più interessante di questa SS27 non è quindi un singolo capo, una singola borsa o un’immagine destinata a diventare virale.

È il senso di direzione.

Dopo due stagioni nelle quali McCollough e Hernandez hanno dovuto necessariamente confrontarsi con l’ombra ingombrante di ciò che Loewe era diventata sotto Jonathan Anderson, questa terza collezione sembra finalmente più libera di interrogarsi su ciò che Loewe può diventare.

L’eredità rimane evidente, ma non viene semplicemente ripetuta.

Il lavoro dei due designer convince soprattutto quando torna alla materia, al prodotto, alla funzionalità e a quel rapporto molto fisico con il corpo che sembra essere uno dei territori nei quali la loro Loewe può sviluppare una voce autonoma.

Restano alcune zone meno risolte, soprattutto nella parte più decorativa e negli abiti. Ma nel complesso l’equilibrio appare finalmente più raggiunto.

Questa Loewe non cerca ancora di dichiarare una rivoluzione.

Sembra fare qualcosa di più interessante: cominciare a costruire, pezzo dopo pezzo, un nuovo vocabolario.

E forse è proprio questa la direzione da osservare nelle prossime stagioni. Non quanto McCollough e Hernandez riusciranno a somigliare alla Loewe di Anderson, ma quanto riusciranno, progressivamente, a farci riconoscere la loro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Carrello
Torna in alto