EDIT Napoli 2026

“Where Design Shapes”: oltre l’oggetto, spazio al processo creativo

Dal 9 all’11 ottobre 2026 torna EDIT Napoli, la fiera internazionale dedicata al design editoriale e d’autore, alla ricerca progettuale e alle realtà indipendenti. Per la sua ottava edizione, la manifestazione ideata da Emilia Petruccelli e curata insieme a Domitilla Dardi conferma la propria sede principale a La Santissima, nel complesso della Santissima Trinità delle Monache, ma amplia ancora una volta il proprio raggio d’azione trasformando Napoli in una vera e propria mappa del progetto contemporaneo.

Il tema scelto per quest’anno è “Where Design Shapes”.

Non è un invito a guardare soltanto ciò che il design produce, ma a interrogarsi su dove e attraverso quali processi il progetto prende forma. Dietro un arredo, una lampada, una scultura o un’installazione esistono infatti materiali, tecniche, gesti manuali, competenze, sperimentazioni, collaborazioni e relazioni produttive. È proprio questa dimensione, spesso nascosta dietro l’oggetto finito, a diventare uno dei principali argomenti dell’edizione 2026.

EDIT Napoli costruisce così un programma che mette insieme design, arte, artigianato, architettura e cultura materiale, portandoli fuori dal tradizionale spazio della fiera.

Accanto agli circa 80 espositori italiani e internazionali presenti a La Santissima, il programma EDIT CULT attraversa infatti il quartiere di Chiaia e coinvolge musei, palazzi storici, chiese e altri luoghi della città. A questi si aggiungono nuovi format espositivi, progetti internazionali e, per la prima volta, workshop aperti al pubblico.

Il risultato è una manifestazione che nel 2026 appare meno come una semplice fiera e più come un sistema diffuso di luoghi e progetti, nel quale Napoli diventa parte integrante della narrazione.

La Santissima: il cuore della fiera

Il punto di partenza rimane La Santissima, il complesso della Santissima Trinità delle Monache nel cuore dei Quartieri Spagnoli.

L’edificio, costruito nel XVI secolo come complesso conventuale, ha attraversato diverse trasformazioni nel corso della sua storia, fino a essere destinato a uso militare nell’Ottocento e poi chiuso nel 1992. Il recupero e la rigenerazione dell’area hanno restituito alla città uno spazio oggi dedicato alla cultura e alla creatività.

È qui che EDIT Napoli concentra la sua selezione di designer, studi, aziende ed editori indipendenti.

L’impostazione della fiera resta quella che ha caratterizzato EDIT fin dalla sua nascita: dare spazio a progetti, autori e realtà produttive capaci di lavorare sulla ricerca, spesso al di fuori dei grandi circuiti industriali e commerciali.

Ceramica, arredo, illuminazione, tessili e oggetti convivono in un contesto architettonico molto lontano dalla neutralità del classico spazio fieristico. La Santissima diventa infatti parte dell’esperienza espositiva: muri, pavimenti, aperture e stratificazioni dell’edificio costruiscono una relazione continua con ciò che viene esposto.

È proprio in questo contesto che debutta anche uno dei nuovi progetti dell’edizione 2026.

EDIT CULT: la fiera esce da La Santissima

È però con EDIT CULT che l’edizione 2026 costruisce la sua dimensione più urbana.

Il programma CULT nasce per portare il design contemporaneo all’interno del patrimonio storico e architettonico di Napoli. Dopo aver coinvolto negli anni chiostri, castelli, certose e musei, nel 2026 si concentra in particolare sul quartiere di Chiaia, seguendo idealmente il percorso della città verso il mare.

La scelta non è soltanto geografica.

Inserire installazioni contemporanee all’interno di architetture storiche significa creare un confronto tra linguaggi differenti: il progetto contemporaneo deve misurarsi con proporzioni, materiali, decorazioni e memorie preesistenti.

Il luogo, quindi, non è un semplice contenitore.

Diventa parte del progetto.

Crochet Coral Reef: 40.000 coralli costruiti all’uncinetto

Uno dei progetti più significativi di EDIT CULT 2026 arriva al Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes.

È Crochet Coral Reef, il progetto delle sorelle Margaret e Christine Wertheim, sviluppato in collaborazione con il Museum Frieder Burda di Baden-Baden.

L’idea nasce dall’incontro tra arte, matematica, scienza, artigianato e partecipazione collettiva. Attraverso la tecnica dell’uncinetto, le due artiste costruiscono enormi formazioni che reinterpretano le strutture organiche delle barriere coralline.

Ma la vera scala del progetto emerge dai numeri: oltre 4.000 persone provenienti da diversi Paesi hanno contribuito alla realizzazione di più di 40.000 forme di corallo, successivamente assemblate in sei grandi installazioni tessili.

A Napoli saranno presentate due di queste grandi isole.

Il progetto assume così una dimensione che va oltre l’opera d’arte. L’atto individuale del lavorare all’uncinetto diventa un processo collettivo, mentre una tecnica tradizionalmente associata alla manualità domestica viene utilizzata per costruire un’immagine monumentale e contemporanea.

Il corallo diventa inoltre un riferimento diretto alla fragilità degli ecosistemi marini e al cambiamento ambientale.

Crochet Coral Reef rappresenta quindi perfettamente il tema “Where Design Shapes”: la forma finale è soltanto il risultato visibile di un processo molto più ampio, fatto di persone, tempo, tecnica e conoscenza.

Archetipi di Pace: la materia entra nella Chiesa di San Rocco

Alla Chiesa di San Rocco a Chiaia, EDIT CULT presenta Archetipi di Pace, progetto di Fabrizia Frezza e Felice Limosani.

L’intervento nasce dal dialogo tra scultura, artigianato, luce e parola.

Le opere di Fabrizia Frezza, realizzate insieme all’artigiano e artista Pericle Moretti, sono costruite utilizzando cotto, smalto e cocciopesto e vengono collocate sui cinque altari della chiesa.

Le sculture danno forma a quattro concetti — Presenza, Ascolto, Cura ed Equilibrio — che convergono sull’altare maggiore nella parola Pace.

A questa dimensione materica si affianca l’intervento di Felice Limosani, che utilizza immagini, luce e video per lavorare sulle parole e sulle loro etimologie.

Il progetto crea così un doppio livello di lettura: da una parte la materia, con la fisicità della ceramica e del cocciopesto; dall’altra la dimensione immateriale della parola e della luce.

La chiesa diventa il punto d’incontro tra questi due linguaggi.

L’Equilibrista: quando il visitatore modifica il progetto

A Palazzo Ruffo della Scaletta, il tema dell’equilibrio viene affrontato in modo completamente diverso.

L’Equilibrista, progettato da Lombardini22 insieme a Mangini e B&B Italia, è un ambiente immersivo nel quale elementi sospesi e contrappesi costruiscono una composizione apparentemente instabile.

La caratteristica più interessante dell’installazione è però il rapporto con il pubblico.

Il sistema può infatti modificarsi anche in relazione al passaggio dei visitatori. Il movimento delle persone diventa quindi parte dell’opera e contribuisce a modificarne l’assetto.

L’installazione mette in discussione uno dei principi tradizionali dell’oggetto di design: la sua stabilità.

Qui il progetto non è completamente determinato prima dell’ingresso del pubblico. È l’interazione con lo spazio a completarlo.

Massimo Lunardon: il vetro come materia di ricerca

Alla Fondazione Plart, EDIT Napoli dedica una mostra a Massimo Lunardon, uno dei protagonisti della ricerca contemporanea sul vetro.

Controtempo, curata da Domitilla Dardi, raccoglie oltre cinquanta opere e ricostruisce il percorso dell’artista attraverso tre differenti prospettive.

La prima, Interpretazioni, guarda al rapporto con gli artisti.

La seconda, Q/A, esplora invece le collaborazioni con i designer.

La terza, Teatro Lunardon, entra nel suo immaginario personale, fatto di figure, oggetti e personaggi.

Il percorso permette di osservare il vetro non semplicemente come materiale da lavorare, ma come strumento di ricerca e linguaggio.

La mostra mette in evidenza proprio quella dimensione processuale che rappresenta il centro concettuale dell’edizione: il materiale non è un elemento neutro che il progettista utilizza per arrivare a una forma già definita. È spesso il materiale stesso a suggerire possibilità, limiti e trasformazioni.

In occasione della mostra, Corraini pubblicherà inoltre una monografia dedicata al lavoro di Lunardon.

Common Ground: la tavola come luogo di incontro

Un altro progetto di EDIT CULT affronta invece il tema della collaborazione attraverso un oggetto quotidiano: la tavola.

Common Ground, di Margherita Rui, mette insieme NasonMoretti, Fornace Brioni, Fortuny, Imolarte e Amenta Incisioni.

Cinque realtà legate a differenti tradizioni manifatturiere italiane vengono coinvolte in un progetto comune.

Il tavolo diventa così un common ground, un terreno condiviso sul quale possono incontrarsi materiali, tecniche e competenze diverse.

La scelta della tavola è particolarmente significativa perché si tratta di uno degli oggetti più antichi e universali della cultura domestica. È superficie di lavoro, luogo del pasto, spazio di conversazione e dispositivo sociale.

Il progetto la utilizza quindi come metafora concreta della collaborazione tra aziende e saperi differenti.

Common Ground: la tavola come luogo di incontro

Un altro progetto di EDIT CULT affronta invece il tema della collaborazione attraverso un oggetto quotidiano: la tavola.

Common Ground, di Margherita Rui, mette insieme NasonMoretti, Fornace Brioni, Fortuny, Imolarte e Amenta Incisioni.

Cinque realtà legate a differenti tradizioni manifatturiere italiane vengono coinvolte in un progetto comune.

Il tavolo diventa così un common ground, un terreno condiviso sul quale possono incontrarsi materiali, tecniche e competenze diverse.

La scelta della tavola è particolarmente significativa perché si tratta di uno degli oggetti più antichi e universali della cultura domestica. È superficie di lavoro, luogo del pasto, spazio di conversazione e dispositivo sociale.

Il progetto la utilizza quindi come metafora concreta della collaborazione tra aziende e saperi differenti.

Cultural Currencies: Napoli incontra Cape Town

La dimensione internazionale prosegue con Cultural Currencies: Cape Town Furniture Week x EDIT Napoli, progetto realizzato in collaborazione con Cape Town Furniture Week e curato da Francesca Lanzavecchia.

Sono cinque gli studi sudafricani coinvolti:

  • African Jacquard
  • Ananta Design Studio
  • James Mudge Furniture Studio x Mungo
  • Water Dixon
  • Wiid Design

Il progetto nasce dal confronto tra Cape Town e Napoli, due città geograficamente lontane ma caratterizzate da una forte relazione con il mare, la geologia e il territorio.

In entrambi i casi il contesto non è un semplice sfondo per il progetto. Influenza materiali, tecniche, immaginari e modalità produttive.

Il confronto diventa quindi anche un modo per osservare come culture progettuali differenti possano sviluppare risposte diverse a condizioni territoriali altrettanto specifiche.

A completare la dimensione internazionale dell’edizione sono il proseguimento della collaborazione con España Diseño Mediterráneo e l’Instituto Cervantes di Napoli, oltre alla presenza di una delegazione di operatori internazionali sostenuta da ICE.

Cultural Currencies: Napoli incontra Cape Town

La dimensione internazionale prosegue con Cultural Currencies: Cape Town Furniture Week x EDIT Napoli, progetto realizzato in collaborazione con Cape Town Furniture Week e curato da Francesca Lanzavecchia.

Sono cinque gli studi sudafricani coinvolti:

  • African Jacquard
  • Ananta Design Studio
  • James Mudge Furniture Studio x Mungo
  • Water Dixon
  • Wiid Design

Il progetto nasce dal confronto tra Cape Town e Napoli, due città geograficamente lontane ma caratterizzate da una forte relazione con il mare, la geologia e il territorio.

In entrambi i casi il contesto non è un semplice sfondo per il progetto. Influenza materiali, tecniche, immaginari e modalità produttive.

Il confronto diventa quindi anche un modo per osservare come culture progettuali differenti possano sviluppare risposte diverse a condizioni territoriali altrettanto specifiche.

A completare la dimensione internazionale dell’edizione sono il proseguimento della collaborazione con España Diseño Mediterráneo e l’Instituto Cervantes di Napoli, oltre alla presenza di una delegazione di operatori internazionali sostenuta da ICE.

Il design non si guarda soltanto: si costruisce

Se il programma CULT porta il design dentro la città, i nuovi workshop aperti al pubblico lo riportano ancora più vicino alla sua origine: il fare.

È una delle novità più interessanti dell’edizione 2026 perché permette ai visitatori di osservare direttamente materiali, tecniche e trasformazioni.

Il collettivo francese Studio CoPain presenta Brick after brick: bread after bread, un workshop che parte da un materiale insolito: il pane raffermo.

Il progetto esplora la possibilità di trasformare il pane in un nuovo materiale da costruzione, arrivando alla realizzazione di una piccola casa.

È un esercizio che mette in discussione la distinzione tra alimento e materiale, scarto e risorsa, produzione e riuso.

Alison Grace Martin, con Woven 3D Shapes – Original Digital Technology, parte invece dalla carta per esplorare geometrie tridimensionali e forme ispirate al mondo naturale, come fiori e conchiglie.

Due workshop molto diversi, ma accomunati dalla stessa domanda: cosa succede quando il progetto non parte dalla forma finale, ma dalla materia e dal processo che la trasforma?

Una fiera che diventa piattaforma

L’edizione 2026 conferma così una caratteristica che negli anni ha progressivamente definito l’identità di EDIT Napoli: la volontà di superare il formato tradizionale della fiera.

La presenza degli espositori rimane centrale, ma attorno a La Santissima si sviluppa una rete di mostre, installazioni, collaborazioni e momenti di ricerca.

Il programma mette insieme designer e artigiani, aziende e istituzioni culturali, progettisti italiani e internazionali, costruendo occasioni di confronto che non si esauriscono nella presentazione di un prodotto.

Anche la scelta dei luoghi contribuisce a questa impostazione.

Musei, chiese e palazzi storici non vengono utilizzati semplicemente come scenografie. Ogni progetto deve misurarsi con un contesto specifico e, in molti casi, modificarne temporaneamente la percezione.

È qui che il tema Where Design Shapes acquista il suo significato più concreto.

Il design prende forma nei laboratori e negli studi, naturalmente. Ma prende forma anche nel rapporto tra persone, materiali e territori.

EDIT Napoli 2026: guardare ciò che sta dietro al progetto

L’ottava edizione di EDIT Napoli mette dunque al centro una questione che riguarda il design contemporaneo più in generale: quanto è importante conoscere il processo oltre al prodotto?

La risposta della manifestazione passa attraverso una serie di progetti molto diversi tra loro.

Un’opera tessile costruita collettivamente da migliaia di persone. Una scultura realizzata attraverso tecniche artigianali. Un’installazione che reagisce al movimento dei visitatori. Un materiale antico come il vetro trasformato in linguaggio contemporaneo. Aziende diverse che lavorano intorno alla stessa tavola. Designer internazionali chiamati a confrontarsi con architetture storiche. Un workshop che trasforma il pane in materiale da costruzione.

Sono tutte modalità differenti di raccontare la stessa cosa: il design non comincia quando vediamo l’oggetto.

Comincia molto prima.

Nella ricerca. Nel disegno. Nella scelta di un materiale. Nel confronto con un artigiano. Nel tentativo di risolvere un problema. Nell’errore. Nella sperimentazione. Nella collaborazione tra competenze diverse.

È questa dimensione che EDIT Napoli porta al centro della sua ottava edizione.

E lo fa utilizzando Napoli come parte attiva del progetto: una città dove storia e contemporaneità convivono continuamente, dove l’architettura cambia a pochi metri di distanza, dove il rapporto con il Mediterraneo è ancora fisico e quotidiano.

Dal 9 all’11 ottobre 2026, EDIT Napoli torna quindi a La Santissima e nei luoghi di Chiaia con una domanda precisa: dove prende forma il design?

La risposta non è un unico luogo.

È un processo.

EDIT Napoli 2026: luoghi e progetti

La Santissima | Vico Trinità delle Monache, 1
— Camera con Vista — designer, studi e aziende
— Cultural Currencies: Cape Town Furniture Week x EDIT Napoli — African Jacquard, Ananta Design Studio, James Mudge Furniture Studio x Mungo, Water Dixon, Wiid Design
— Brick after Brick, Bread after Bread — Studio CoPain
— Woven 3D shapes — Original digital technology — Alison Grace Martin

Museo Diego Aragona Pignatelli Cortes | Via Riviera di Chiaia, 200
— Crochet Coral Reef — Margaret & Christine Wertheim + Museum Frieder Burda

Chiesa di San Rocco a Chiaia – Fondazione Pietà de’ Turchini | Via Riviera di Chiaia, 254
— Archetipi di Pace — Fabrizia Frezza, Felice Limosani

Chiesa di Santa Caterina da Siena – Fondazione Pietà de’ Turchini | Via Santa Caterina da Siena, 38
— Common Ground — Margherita Rui + NasonMoretti, Fornace Brioni, Fortuny, Imolarte, Amenta Incisioni

Palazzo Ruffo della Scaletta | Via Ascensione, 4b
— L’equilibrista — Lombardini22

Fondazione Plart | Via Giuseppe Martucci, 48
— Controtempo — Massimo Lunardon

Palazzo Cellamare | Via Chiaia, 149/E
— Light on Spain — Tomás Alía, Álvaro Catalán de Ocón, Curro Claret, Mayice Studio, Lucas Muñoz Muñoz, Jorge Penadés

EDIT NAPOLI 2026 il sito Ufficiale: https://editnapoli.com

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