L’invito di Koyo Kouoh ad ascoltare le tonalità minori: un’arte dell’ascolto nel caos globale
È già percepibile, tra i Giardini, l’Arsenale e le calli veneziane che fanno da eco, l’atmosfera sospesa della pre-apertura della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Dal 9 maggio al 22 novembre 2026, Venezia tornerà a essere una delle capitali mondiali dell’arte contemporanea, ma questa edizione porta con sé un’intensità particolare: quella di un progetto concepito interamente dalla curatrice Koyo Kouoh e realizzato dopo la sua scomparsa, come una partitura rimasta viva nelle mani di chi l’ha accompagnata fino all’ultimo.
Il titolo, In Minor Keys, non è solo una dichiarazione poetica: è una postura estetica e politica. Un invito a spostare lo sguardo dalle frequenze dominanti del presente – il rumore, la saturazione, l’urgenza – verso tonalità più discrete, laterali, sottili. Quelle che non si impongono, ma che chiedono ascolto.
Un progetto che continua dopo l’assenza
La morte prematura di Koyo Kouoh nel 2025 ha lasciato un vuoto profondo nel mondo dell’arte contemporanea. Eppure, la sua visione era già pienamente definita: testo curatoriale, selezione degli artisti, impianto concettuale, architettura espositiva, identità visiva. Nulla è stato improvvisato.
La Biennale di Venezia, insieme alla sua famiglia e al team curatoriale da lei scelto, ha deciso di portare avanti il progetto nella sua integrità, preservandone la coerenza originaria. Un gesto che non è semplice continuità organizzativa, ma atto di fiducia nella forza autonoma di una visione.
Il team internazionale – distribuito tra Londra, Dakar, Beirut, Marsiglia, Città del Capo e New York – ha lavorato come una rete viva, mantenendo il progetto in uno stato di dialogo costante, tra incontri fisici e sessioni a distanza. Un processo che riflette la natura stessa della mostra: non un oggetto concluso, ma un organismo in relazione.
La musica delle “tonalità minori”
Il cuore concettuale di In Minor Keys è un’idea musicale e percettiva: spostare l’attenzione verso ciò che normalmente resta in sottofondo. Non secondario, ma essenziale proprio perché non urlato.
Le sezioni non sono compartimenti, ma campi fluidi: “Altari”, “Processioni”, “Scuole”, “Performance”. Più che categorie, sono atmosfere che si sovrappongono come livelli sonori.
Le opere di 111 artisti, collettivi e organizzazioni non si dispongono secondo gerarchie, ma come una costellazione di pratiche provenienti da geografie spesso marginalizzate o periferiche rispetto ai centri tradizionali dell’arte globale.
Salvador, Dakar, Beirut, San Juan, Parigi, Nashville: non mappe di provenienza, ma nodi di una rete relazionale.
Are: gli altari come mondi
Uno dei nuclei più intensi della mostra è “Are”, o “Shrines”: spazi dedicati alla memoria e alla presenza simbolica di due figure fondamentali per Kouoh, Issa Samb e Beverly Buchanan.
Non si tratta di omaggi statici, ma di dispositivi vivi. Samb, poeta e cofondatore del Laboratoire Agit’Art di Dakar, e Buchanan, pioniera di una land art anti-monumentale e profondamente politica, rappresentano due modi diversi di pensare l’opera come forza generativa, più che come oggetto.
Qui l’arte non si conserva: si attiva.
Processioni, scuole, riposo
Tra i motivi ricorrenti emerge quello della processione: non spettacolo da osservare, ma movimento a cui appartenere. Ispirato alle culture afroatlantiche e alle pratiche carnevalesche, introduce una dimensione collettiva in cui le gerarchie si sospendono.
Le “Scuole” invece funzionano come ecosistemi di apprendimento diffuso: luoghi reali e simbolici dove l’arte si intreccia a pratiche sociali, educative, comunitarie. Non istituzioni chiuse, ma organismi aperti.
E poi il “riposo”: forse uno dei gesti più radicali della mostra. In un mondo che accelera costantemente, Kouoh immagina l’arte come spazio di rallentamento, di sospensione, di ascolto sensoriale. Oasi, cortili, giardini diventano dispositivi di riconnessione.
Una mostra come partitura
L’esperienza di visita a In Minor Keys non si presenta come un percorso lineare, né come una sequenza di sale da attraversare una dopo l’altra. È piuttosto una partitura, nel senso più sensoriale e quasi musicale del termine: un insieme di voci, ritmi e pause che si attivano solo nel momento dell’ascolto.
Le opere non stanno mai davvero da sole. Entrano in relazione, si rispondono a distanza, si sfiorano come strumenti diversi che condividono lo stesso spazio acustico. Il visitatore non “guarda” semplicemente la mostra: la attraversa come si attraversa un brano musicale, lasciandosi guidare da variazioni di intensità, silenzi improvvisi, ritorni tematici.
In questo tessuto percettivo, la presenza di riferimenti letterari – da Beloved di Toni Morrison a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez – non funziona come citazione decorativa o illustrativa. Al contrario, apre varchi narrativi. Sono opere che non “spiegano” la mostra, ma la allargano, introducendo una dimensione in cui tempo, memoria e immaginazione si sovrappongono senza gerarchie, come se la storia potesse essere raccontata anche attraverso soglie, ritorni e metamorfosi.
Architetture del passaggio
L’allestimento progettato da Wolff Architects lavora su un’idea precisa: lo spazio espositivo non come contenitore neutro, ma come soglia continua.
L’architettura non impone un ordine, ma accompagna un passaggio. Grandi teli sospesi, variazioni cromatiche leggere, zone di ombra e di luce che cambiano la percezione del corpo nello spazio: tutto contribuisce a creare un ambiente in cui nulla è stabile, ma tutto è in transizione.
Ogni sala diventa così una condizione percettiva autonoma. Non un “tema” da illustrare, ma una frequenza diversa in cui entrare. Il risultato è una mostra che non si limita a esporre opere, ma costruisce stati d’animo spaziali.
Performance, corpo, memoria
Nel dispositivo della mostra, il corpo non è mai un elemento secondario. Al contrario, è uno dei principali strumenti di conoscenza.
Il programma di performance riporta il gesto e la presenza fisica al centro dell’esperienza. Nei Giardini della Biennale, una processione poetica si ispira al “Poetry Caravan”, il viaggio intrapreso da Koyo Kouoh negli anni Novanta attraverso il continente africano insieme a un gruppo di poeti.
Qui la parola non è solo linguaggio, ma azione. Non si limita a essere ascoltata: accade nello spazio, si muove tra i corpi, crea una comunità temporanea. La poesia diventa così un rito condiviso, una forma di attenzione collettiva, quasi una pratica di guarigione simbolica.
Non c’è spettacolarizzazione. C’è piuttosto una presenza che si costruisce nel tempo, lentamente, come un respiro comune.
Un’arte che attraversa le crisi
I grandi temi del presente – colonialismo, disuguaglianze globali, crisi climatica, memorie rimosse – non sono trattati come argomenti da esporre o denunciare frontalmente. In In Minor Keys non diventano slogan, ma emergono per stratificazione, attraverso materiali, gesti, frammenti narrativi, tracce visive e sonore.
Alcune opere si confrontano con ciò che resta del disastro ambientale, leggendo il paesaggio come archivio vivente di trasformazioni e ferite. Altre lavorano sulle logiche estrattive della storia, sulle sue cancellazioni e riscritture.
In tutti i casi, il punto non è la denuncia immediata, ma la relazione: tra elementi, tra storie, tra tempi diversi che convivono nello stesso spazio. L’opera non chiude il significato, lo mantiene aperto.
Un progetto consapevole del mondo
Anche sul piano operativo e istituzionale, la Biennale di Venezia continua il proprio percorso verso un modello più sostenibile. Per il 2026, l’impegno si traduce in una serie di pratiche concrete: uso di energia rinnovabile, materiali riciclati, riduzione degli sprechi, ottimizzazione della logistica e attenzione alla mobilità del pubblico.
Non si tratta di un elemento accessorio, ma di una componente strutturale del progetto culturale. La riflessione sulla sostenibilità si intreccia infatti con la visione stessa della mostra: un’arte che non si colloca fuori dal mondo, ma lo attraversa, lo riconosce e lo interroga nelle sue fragilità.
In questo senso, la coerenza tra contenuto curatoriale e pratica istituzionale diventa parte integrante dell’esperienza. Anche qui, tutto è relazione: tra opere e spazio, tra linguaggi e corpi, tra arte e mondo reale.


