A Galatina, in Puglia, la fotografia e il cibo raccontano storie di fame, memoria, lavoro, migrazione, rituali e comunità
Dall’11 settembre all’8 novembre Yeast Photo Festival porta nel centro storico di Galatina la quinta edizione di “A Matter of Taste”: un atlante fotografico che attraversa Gaza, il Golfo Persico, il Messico, l’Ucraina, gli Stati Uniti e il Mediterraneo per interrogare il presente a partire da un gesto apparentemente elementare: mangiare.
Il cibo è una delle forme più concrete attraverso cui una società racconta se stessa.
Sta nel piatto, ma prima ancora sta nella terra, nel mare, nel lavoro, nella religione, nella famiglia, nelle migrazioni. È memoria e necessità, piacere e privilegio, rito e sopravvivenza. Può costruire appartenenza, ma anche stabilire confini. Può essere condiviso attorno a una tavola oppure diventare una risorsa da cui qualcuno viene escluso.
È precisamente dentro questa ambivalenza che si muove “A Matter of Taste”, quinta edizione di Yeast Photo Festival, che torna a Galatina dall’11 settembre all’8 novembre 2026.
Non una rassegna sulla fotografia gastronomica e nemmeno una celebrazione estetizzante del cibo. Il festival sceglie il cibo come strumento di lettura del presente, mettendo in relazione esperienze geograficamente lontanissime eppure attraversate dalle stesse domande: cosa mangiamo? Chi produce ciò che mangiamo? Cosa succede quando il cibo viene a mancare? Quali identità sopravvivono attraverso una ricetta, un raccolto, una festa, un mestiere? E soprattutto: chi ha ancora accesso a quella tavola?
La direttrice artistica Edda Fahrenhorst definisce il cibo
«un’espressione dell’identità, un medium culturale e un riflesso delle strutture sociali».
Una definizione che permette di leggere l’intera esposizione come un unico grande racconto, nel quale la fotografia passa continuamente dal corpo individuale alla dimensione politica, dalla memoria familiare alle trasformazioni economiche del pianeta.
Yeast Photo Festival 2026 — Informazioni
A Matter of Taste
Galatina, Salento
11 settembre – 8 novembre 2026
Luoghi del festival
- Ex Convento delle Clarisse, Piazzetta Galluccio
- Arco Andriani, via Umberto Lillo — mostra esterna
- Palazzo Di Mitri, via Umberto I, 9
- Palazzo Stefanelli, via San Mauro, 10
- Chiesa dell’Immacolata / Chiesa di Santa Maria della Grazia, Piazza Alighieri
- Pro Loco Galatina, via Umberto I, 28
Biglietti
Intero: 12 euro, valido per tutte le esposizioni.
Di ogni biglietto venduto durante il festival, 1 euro sarà devoluto a Fondazione AIRC per sostenere la ricerca oncologica.
Ridotto: 10 euro per gruppi di almeno 10 persone paganti, studenti under 26, over 65 e accompagnatori di persone con disabilità.
Scuole: 3 euro, comprensivo di visita guidata.
Ingresso gratuito per under 14 e persone con disabilità.
Biglietteria: Infopoint Galatina, Via Vittorio Emanuele II, 35.
Il festival è promosso e organizzato dalle associazioni BESAFE e On The Move, sotto la direzione artistica di Edda Fahrenhorst e la co-direzione di Veronica Nicolardi e Flavio & Frank Sabato, con il sostegno del Comune di Galatina.
La fame quando il cibo diventa un’arma
Il percorso comincia idealmente dal suo punto più radicale: la privazione.
A rappresentarlo è il fotografo palestinese Saher Alghorra, vincitore del Premio Pulitzer 2026 per Breaking News, che arriva a Galatina con il progetto dedicato a Gaza, presentato in collaborazione con Epson Germania e il festival fotografico Horizonte Zingst.
Qui il cibo non è cultura, piacere o rituale: è ciò che manca.
Le fotografie documentano le conseguenze della carestia classificata IPC Fase 5, il livello più grave della scala internazionale di sicurezza alimentare, dichiarata nell’agosto 2025. Le soglie di questa classificazione sono terribili nella loro precisione: almeno il 20 per cento delle famiglie in condizioni di estrema mancanza di cibo, almeno il 30 per cento dei bambini acutamente malnutriti e almeno due morti ogni 10.000 persone al giorno per fame o per una combinazione di fame e malattia.
Ma la forza del lavoro di Alghorra sta proprio nel trasformare quei numeri in esperienza umana.
I suoi bambini non sono una metafora della guerra. Sono i suoi destinatari più vulnerabili.
La macchina fotografica non cerca necessariamente il momento spettacolare del conflitto. Guarda le conseguenze: lo sfollamento, la fame, la fragilità dei corpi, la quotidianità sospesa. È una guerra osservata non dal fronte, ma da chi non combatte e tuttavia ne paga il prezzo.
È forse la domanda più brutale posta da “A Matter of Taste”: cosa rimane della cultura del cibo quando il cibo stesso diventa uno strumento di guerra?
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