Seán McGirr riporta il brand a Londra dopo 20 anni: energia e arte trascendentale 2.0

Per capire la nuova McQueen SS27 bisogna partire dal luogo. Non perché la location sia semplicemente bella, né perché il ritorno a Londra abbia un valore celebrativo sufficiente a spiegare una collezione, ma perché questa volta il luogo e gli abiti sembrano appartenere alla stessa storia.

Dopo gli anni parigini, McQueen torna a Londra e lo fa all’interno dell’Undercroft della Lincoln’s Inn Chapel, uno spazio seicentesco in pietra, segnato dalla storia, con una volta gotica che sovrasta il pubblico e un’atmosfera sospesa tra cappella, cripta e teatro. È qui che Seán McGirr fa incontrare la Maison con la città che l’ha generata.

La scelta ha un peso particolare. McQueen aveva lasciato Londra per Parigi nel 2001, dopo gli anni in cui Lee Alexander McQueen aveva costruito proprio nella capitale britannica la parte più radicale della propria identità: Highland RapeThe BirdsVossNo. 13.

Il ritorno del 20 settembre 2026 è dunque il primo vero confronto di McGirr con quella città nel ruolo di direttore creativo. E, soprattutto, è il primo momento in cui il designer può provare a smettere di raccontare il proprio rapporto con l’archivio per raccontare il proprio rapporto con McQueen.

La collezione parte da una frase molto semplice: Londra è una collisione. McGirr parla della libertà della città, della sua energia viscerale, della possibilità di far convivere cose che normalmente non dovrebbero stare insieme.

E infatti la sfilata procede proprio per collisioni: la sartoria di Savile Row incontra il club, il sacro incontra il profano, la pittura rinascimentale incontra la cultura rave, il rigore della costruzione sartoriale viene attraversato da metallo, pelle, corpi stretti e superfici alterate.

È una premessa molto McQueen. Ma la questione interessante è capire se, questa volta, sia anche molto McGirr.

La precisione prima dell’eccesso

La prima cosa che emerge guardando la collezione è che McGirr non comincia dalla provocazione. Comincia dalla costruzione.

La sartoria è il vero scheletro della SS27. Le giacche hanno spalle pronunciate, vita definita e proporzioni che alterano il rapporto convenzionale tra il corpo e il completo. Il tailoring non viene trattato come una categoria separata dal resto della collezione, ma come il punto da cui tutto può deformarsi.

È una scelta particolarmente coerente con il momento che sta attraversando la Maison: il nuovo management ha dichiarato l’intenzione di riportare al centro precisione sartoriale, occasionwear e qualità della costruzione, cioè alcuni dei territori nei quali McQueen ha storicamente posseduto una voce più riconoscibile.

Ma quello che interessa a McGirr non è la sartoria inglese in senso tradizionale. È la possibilità di romperne l’ordine dall’interno.

Il completo conserva la propria struttura, ma il corpo che contiene non è più quello disciplinato del guardaroba classico. La giacca si accorcia, si irrigidisce, si apre; la vita viene compressa; le spalle aumentano di dimensione; alcuni elementi sembrano quasi staccarsi dalla silhouette. È una sartoria che mantiene una disciplina tecnica mentre perde progressivamente la propria rispettabilità.

Ed è qui che Savile Row comincia a trasformarsi in Londra.

Quando Savile Row incontra il dancefloor

Il passaggio è graduale. Non c’è un momento in cui la collezione abbandona il tailoring per diventare improvvisamente clubwear. È piuttosto il tailoring stesso a cominciare a comportarsi diversamente.

La giacca maschile viene portata verso una dimensione più fisica, quasi aggressiva. La pelle entra nella costruzione del look, la maglieria si fa più scoperta, le superfici diventano lucide, il corpo viene attraversato da harness e strutture metalliche. La precisione della giacca rimane, ma attorno a quella precisione si accumulano segni di una notte londinese più istintiva.

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