Glenn Martens lascia celebrando libertà e desiderio

Dopo Prada, è Diesel a prendersi la scena nella prima giornata della Milano Fashion Week dedicata alle collezioni donna SS27. E questa volta la passerella ha un significato ulteriore: la sfilata non è soltanto la presentazione della nuova collezione, ma il capitolo finale di uno dei percorsi creativi più importanti della storia recente del marchio.

Il 22 settembre 2026 Glenn Martens presenta infatti la sua ultima collezione per Diesel, chiudendo un mandato iniziato nell’ottobre 2020. Il designer belga lascia la direzione creativa del brand dopo sei anni, mentre continuerà a guidare Maison Margiela, anch’essa parte del gruppo OTB, ruolo assunto nel 2025. Il successore di Martens alla guida di Diesel non è ancora stato annunciato.

È una coincidenza quasi perfetta che il congedo avvenga attraverso una collezione come questa. Perché se c’è una parola che riassume il lavoro di Martens da Diesel è proprio libertà: libertà di deformare il denim, di contaminare i codici, di portare il prodotto verso il pop, il sesso, l’ironia, la cultura contemporanea e persino l’arte; libertà, soprattutto, di trasformare una sfilata in un avvenimento.

E la SS27 sceglie di farlo fino in fondo.

Una festa per il desiderio

Più che una sfilata, lo show diventa una celebrazione della libertà, della sicurezza, della connessione e del desiderio. È la stessa direzione dichiarata da Diesel nel presentare lo show: un’espressione del concetto For Successful Living, dove il successo coincide con la possibilità di vivere pienamente, d’istinto e alle proprie condizioni.

Non è quindi soltanto il finale di una collaborazione creativa. È una dichiarazione di intenti.

Martens costruisce un ambiente industriale, quasi brutale, fatto di ponteggi e grandi ventole che accompagnano l’ingresso dei modelli. Una scenografia che appartiene perfettamente a Diesel: urbana, fisica, rumorosa, esagerata. Il pubblico non rimane semplice spettatore ma diventa parte dello spettacolo, reagisce, applaude, incita, si lascia coinvolgere dall’energia della passerella.

La colonna sonora alza ulteriormente il livello di sensualità. Love to Love You Baby di Donna Summer — uno dei brani più iconici della disco music e storicamente associato a una rappresentazione esplicita del desiderio e dell’emancipazione sessuale femminile — trasforma la sfilata in qualcosa che assomiglia più a una grande celebrazione collettiva che a una presentazione tradizionale.

L’atmosfera è elettrica. Nel pubblico qualcuno si lascia andare a lunghi baci, altri accompagnano l’uscita dei modelli con entusiasmo. È esattamente il tipo di partecipazione che Martens ha costruito intorno a Diesel in questi anni: il fashion show come esperienza, non come semplice successione di look.

Il corpo prima della perfezione

Anche il beauty diventa parte integrante del racconto. Sui volti dei modelli il rossetto appare volutamente sbavato, irregolare, scomposto, come la traccia lasciata da un bacio intenso. Un dettaglio apparentemente semplice che introduce sulla passerella una dimensione intima e profondamente fisica, lontana dalla perfezione levigata del beauty convenzionale.

Il trucco sembra così raccontare ciò che accade dopo il gesto, quando il desiderio ha già lasciato una traccia sul corpo. Il contatto, il piacere, l’intimità e una certa idea di abbandono diventano elementi visivi tanto quanto i vestiti, entrando nella costruzione complessiva dello show.

Martens sceglie quindi una sensualità senza filtri, lontana dall’estetica patinata e dalla seduzione costruita a tavolino. La porta dentro il vocabolario ruvido, industriale e provocatorio di Diesel, trasformando anche l’imperfezione in un segno estetico preciso.

Pelle, maglieria e denim: il vocabolario di Martens

Poi ci sono i vestiti. E qui la collezione diventa soprattutto un esercizio di tecnica.

Il denim, naturalmente, rimane il centro gravitazionale di Diesel, ma dopo sei anni nelle mani di Martens è difficile considerarlo ancora semplicemente come un materiale. Il designer lo ha trasformato in un vero linguaggio progettuale, portandolo verso deformazioni, sovrapposizioni, destrutturazioni e nuove proporzioni. La sua esperienza a Diesel è stata caratterizzata proprio dalla continua reinterpretazione del denim e dalla collisione fra elementi consumati e costruzioni inedite.

Nella SS27 il denim continua quindi a essere protagonista, ma non è solo.

La pelle incontra la maglieria e genera una superficie tattile, irregolare, costruita attraverso brandelli e inserti che sembrano quasi rammendati direttamente sul corpo. Il gesto artigianale viene portato dentro un’estetica industriale: ciò che normalmente dovrebbe essere nascosto — la cucitura, la giunzione, il rattoppo — diventa invece decorazione.

È una delle caratteristiche più interessanti dell’ultimo Martens: rendere visibile il processo.

I materiali non vengono necessariamente addomesticati. Vengono lasciati parlare, sovrapposti, consumati, ricostruiti. La superficie diventa il luogo dove il progetto prende forma.

Anche i ricami entrano in questa grammatica e vengono sottratti alla loro tradizionale idea decorativa. Non sono semplicemente ornamento, ma materia contemporanea, elemento capace di alterare la percezione di un capo e di trasformarlo.

Il risultato è una collezione che sembra raccogliere molti dei codici costruiti da Martens durante il suo percorso da Diesel e portarli verso una sintesi finale.

Sei anni per cambiare Diesel

Il valore di questa collezione si comprende soprattutto guardando indietro.

Quando Martens arriva da Diesel nel 2020, il suo compito non è semplicemente disegnare nuovi vestiti. Il brand ha bisogno di ridefinire il proprio rapporto con una generazione che ha ormai un rapporto diverso con il denim, con il lusso e con il concetto stesso di moda.

Martens sceglie di non rinunciare all’identità Diesel, ma di estremizzarla.

Denim, ironia, provocazione, sensualità, cultura pop, tecnologia e spettacolo vengono messi nello stesso sistema. Il risultato è un marchio che negli anni successivi torna al centro della conversazione fashion internazionale. Anche Diesel, nel comunicare la fine del mandato, ha sottolineato il lavoro di riposizionamento creativo e culturale realizzato da Martens e la capacità di creare una connessione più forte con le generazioni più giovani.

E le sfilate diventano parte fondamentale di questo processo.

Martens ha trasformato il fashion show Diesel in una piattaforma di comunicazione autonoma: grandi installazioni, rave, spettacoli immersivi, provocazioni e formati capaci di uscire dai confini della passerella. È una strategia che ha progressivamente fatto coincidere il prodotto con l’esperienza del brand.

La SS27 sembra allora voler chiudere il cerchio.

Non serve inventare un nuovo Diesel.

Serve mostrare quanto è diventato grande quello costruito negli ultimi sei anni.

Il futuro dopo Martens

Adesso si apre inevitabilmente una domanda: cosa succederà a Diesel?

Il gruppo OTB non ha ancora indicato il nome del prossimo direttore creativo e ha comunicato che il nuovo capitolo della direzione creativa sarà annunciato successivamente.

Renzo Rosso ha più volte dimostrato di considerare la sperimentazione tecnologica parte del futuro del sistema Diesel. E proprio nelle settimane precedenti alla sfilata è arrivato a Venezia Be Brave, il documentario sulla sua storia realizzato con un importante utilizzo dell’intelligenza artificiale, ulteriore segnale dell’interesse del fondatore verso le nuove possibilità offerte dalla tecnologia.

Il futuro di Diesel potrebbe quindi essere meno legato alla figura tradizionale dello stilista-direttore creativo e più aperto a una dimensione collettiva, tecnologica e interdisciplinare. Ma questa è una fase ancora tutta da scrivere.

Quello che invece è già evidente è l’eredità lasciata da Martens.

L’amore come ultimo messaggio

In un momento storico segnato da conflitti, tensioni e una generale sensazione di instabilità, Diesel sceglie per il suo ultimo show firmato Glenn Martens un vocabolario apparentemente semplice: amore, desiderio, libertà, connessione.

Non è un messaggio politico nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più istintivo.

Martens risponde alla complessità del presente con il corpo. Con il piacere. Con il diritto di vestirsi, desiderare, baciarsi, stare insieme, esagerare.

Lo fa attraverso un linguaggio volutamente sopra le righe, perché Diesel non potrebbe probabilmente fare altrimenti. Ma dietro l’esagerazione c’è una costruzione tecnica molto precisa. Pelle, denim, maglieria, ricami e lavorazioni raccontano una ricerca che in questi sei anni ha portato il prodotto a un livello di sofisticazione molto più alto rispetto alla percezione tradizionale del marchio.

È qui che sta forse il vero risultato di Martens.

Non aver trasformato Diesel in qualcos’altro, ma aver dimostrato fino a dove poteva arrivare Diesel rimanendo Diesel.

La provocazione è rimasta. Il denim è rimasto. L’ironia è rimasta. È cambiato il modo in cui tutti questi elementi possono essere percepiti, costruiti e desiderati.

Glenn Martens lascia quindi un Diesel più maturo, più consapevole del proprio linguaggio e profondamente inserito nella cultura contemporanea. Un brand che ha imparato a usare la moda non soltanto per vendere prodotti, ma per costruire immaginari, comunità e desiderio.

L’ultima passerella non è dunque un addio malinconico.

È una festa.

Le ventole muovono l’aria, la musica sale, i corpi attraversano la passerella, il pubblico reagisce. Il rossetto è sbavato, il denim è trasformato, la pelle si mescola alla maglieria e tutto sembra muoversi nella stessa direzione.

Verso la libertà.

Perché, nella versione di Glenn Martens, il successo non è avere tutto sotto controllo.

È poter vivere pienamente, d’istinto e alle proprie condizioni.

E forse non c’era modo più coerente di lasciare Diesel.

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