Il floral design by Daniel Lee
Si chiude un nuovo capitolo della London Fashion Week SS27 e, ancora una volta, è Burberry a mettere il punto finale al calendario. Una chiusura che quest’anno assume un significato particolare perché arriva al termine di una settimana in cui Londra sembra aver ritrovato una parte della propria energia fashion, quella capacità di mescolare cultura, creatività, retail e spettacolo che l’ha resa per decenni una delle capitali più interessanti della moda internazionale.
Dal 17 al 21 settembre, il calendario ufficiale della London Fashion Week ha riunito 47 sfilate, 23 presentazioni, 10 attivazioni digitali e 53 eventi serali, in un programma che il British Fashion Council ha costruito proprio attorno all’idea di una Londra nuovamente centrale nel sistema creativo internazionale.
E in questi giorni l’ottimismo si percepisce anche oltre le passerelle. Il ritorno di Alexander McQueen in città, il debutto di Christopher Kane da Mulberry e l’ingresso di Marks & Spencer nel calendario ufficiale hanno contribuito a costruire una settimana diversa dal semplice susseguirsi di show. Sono segnali di un sistema che sta cercando nuove formule, nuovi pubblici e, soprattutto, nuovi equilibri tra moda, cultura e commercio.
Proprio Marks & Spencer è, in questo senso, un caso interessante: l’ingresso di un grande retailer nel calendario racconta quanto anche il mondo della distribuzione e del multibrand stia attraversando una fase di trasformazione. Non è soltanto una questione di chi vende cosa, ma di come cambiano i canali, le aspettative del pubblico e il modo in cui un prodotto arriva a costruire desiderabilità.
È dentro questo clima che arriva Burberry.
E Daniel Lee sceglie di non cercare una nuova identità lontano dalla casa. Al contrario, torna alle sue fondamenta, le alleggerisce e le lascia respirare.
Il floral design entra nel trench
C’è un tema che attraversa con insistenza la moda contemporanea e che anche questa stagione sembra impossibile ignorare: il ritorno del mondo naturale, dei fiori, delle stampe botaniche, della decorazione organica.
Ma la domanda interessante non è più soltanto perché la moda guardi ancora una volta alla natura. La domanda è: come lo fa ogni maison?
Daniel Lee accetta la sfida e, nel caso di Burberry, lo fa partendo proprio dal suo oggetto più iconico: il trench.
Lo accorcia, lo alleggerisce, lo rende meno monumentale. Ne conserva la riconoscibilità ma ne modifica la postura. Il trench non è più soltanto l’oggetto funzionale, quasi militare, che ha costruito parte dell’immaginario della maison: diventa una superficie sulla quale intervenire, decorare, ricamare.
La natura arriva allora attraverso fiori, mimosa, lavanda, motivi botanici e applicazioni ricamate, ma senza trasformare Burberry in una maison semplicemente “floreale”. Reuters ha evidenziato proprio il contrasto tra trench decorati, completi a quadri e motivi floreali ricamati, insieme a una palette che passa dai neutri a gialli, rosa e verdi più intensi.
Il punto è proprio questo.
Da Burberry il mondo naturale non è esplicito. È sofisticato.
Entra nella palette, nei materiali, nelle proporzioni e soprattutto nel rapporto tra superficie e costruzione. Il fiore non è un tema applicato sopra il vestito: diventa parte del linguaggio attraverso cui Daniel Lee prova a rendere più umano e meno rigido il patrimonio della maison.
Daniel Lee incontra Celia Birtwell
La vera protagonista di questa collezione, però, è Celia Birtwell.
Artista e textile designer britannica, Birtwell appartiene a quella generazione che negli anni Sessanta e Settanta ha contribuito a definire una nuova idea di stampa, decorazione e libertà visiva nella moda britannica. I suoi disegni, riconoscibili per i fiori, i volti e le linee apparentemente spontanee, entrano ora direttamente nel vocabolario di Burberry.
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