Piccioli e Les coraux de la liberté
Nella quarta giornata della Paris Fashion Week, Balenciaga presenta la SS27 sotto la direzione creativa di Pierpaolo Piccioli. È una collezione che arriva in un momento nel quale la maison si trova al centro di una trasformazione più ampia, non soltanto creativa ma anche interna agli equilibri di Kering.
Dopo l’era Demna, Balenciaga ha scelto un linguaggio differente, affidandosi a Piccioli e alla sua idea di moda come costruzione sartoriale, rapporto con il corpo e ricerca di una bellezza meno dipendente dall’effetto immediato.
Il passaggio non è semplice. Balenciaga arriva da una delle identità creative più riconoscibili dell’ultimo decennio e Piccioli entra in una maison nella quale il problema non è semplicemente trovare una nuova estetica, ma stabilire che cosa debba essere Balenciaga dopo Demna.
Con Les coraux de la liberté, Piccioli non sembra interessato a cancellare il passato. Costruisce piuttosto un’altra grammatica.
La collezione SS27 di Balenciaga by Piccioli alla Paris Fashion Week
Les coraux de la liberté
Prima ancora che inizi la sfilata, è la scenografia a stabilire il tono.
Lo spazio è costruito intorno a una gamma di tortora, beige caldo e tonalità terrose, una neutralità quasi minerale che fa emergere al centro della sala una grande struttura sospesa. È un insieme di coralli artificiali, costruiti attraverso filati e tessuti nei toni del rosso, del giallo e del bianco.
Al centro della scenografia si trova Les Coraux de la Liberté (2025), opera dell’artista francese Aude Franjou, realizzata attraverso lino avvolto e costruita sul rapporto tra arte e artigianato. La sua presenza non funziona soltanto come elemento scenografico, ma introduce una delle chiavi di lettura della collezione: l’idea della maison come un ecosistema, qualcosa di vivente e in continua trasformazione.
I diversi elementi non sono semplicemente disposti uno accanto all’altro. Si sovrappongono, si intrecciano, si espandono nello spazio fino a formare una massa irregolare e cangiante. Da lontano sembra una grande scultura organica; avvicinandosi, si percepisce invece la molteplicità delle singole parti che la compongono.
È una metafora che Piccioli porta anche nella costruzione della collezione. “Nessuno brilla da solo”: nella sua dichiarazione, il designer associa infatti la crescita dei coralli alla necessità di protezione e scambio reciproco. La couture diventa così anche un lavoro collettivo, nel quale la mano, l’atelier e la relazione tra le persone acquistano un ruolo centrale.
È un’immagine importante per leggere la collezione: il colore non arriva come decorazione applicata agli abiti, ma come materia che costruisce un ambiente e che, progressivamente, sembra trasferirsi sulla passerella.
Il bianco, il corpo e la costruzione
Il primo look arriva in total white.
Pantalone, corpetto e camicia costruiscono una figura precisa, quasi grafica. La camicia attraversa il busto mentre il corpetto introduce una seconda struttura sul corpo, creando un contrasto tra la morbidezza del tessuto e la maggiore definizione della parte superiore.
Piccioli parte quindi da un’immagine apparentemente semplice, ma già introduce uno dei temi fondamentali della collezione: il rapporto tra ciò che il corpo indossa e ciò che il corpo diventa attraverso l’abito.
Il bianco permette di vedere la costruzione senza distrazioni. Non ci sono stampe a catturare lo sguardo, non c’è ancora il colore della scenografia a entrare nella silhouette. Rimangono il corpo, il taglio e la proporzione.
È proprio il corpo, del resto, a rappresentare uno dei riferimenti più profondi alla storia della maison. Per Piccioli la lezione di Cristóbal Balenciaga non sembra risiedere nella semplice citazione di un archivio, ma nella centralità del corpo come punto di partenza della costruzione.
Da questo punto la sfilata comincia progressivamente ad allontanarsi dall’essenzialità iniziale.
La T-shirt e il jeans diventano couture
Uno dei passaggi più interessanti arriva proprio quando Balenciaga sembra abbassare il volume della moda.
Mona Tougaard sfila con una T-shirt e un paio di jeans. A prima vista, è uno dei look più normali che si possano immaginare su una passerella di Parigi. Ma è proprio questa apparente semplicità a diventare centrale.
Il denim viene trattato come una materia couture. Le costruzioni, gli interventi sui pantaloni e le proporzioni trasformano un capo associato alla quotidianità in un elemento di ricerca sartoriale. Il jeans non viene nobilitato semplicemente perché entra nel lusso: viene smontato nella sua grammatica e ricostruito.
La T-shirt, invece, rimane quasi ostinatamente T-shirt. Ed è nel contrasto tra il capo più ordinario e la sofisticazione della costruzione che la collezione trova una delle sue tensioni più interessanti.
Qui emerge con chiarezza l’idea di couture che attraversa tutta la collezione. Per Piccioli non è una categoria separata dal prêt-à-porter, né un esercizio destinato a rimanere confinato nell’atelier. È piuttosto un metodo: un laboratorio di possibilità capace di modificare anche gli archetipi più familiari del guardaroba.
Jeans, T-shirt, camicie, bomber e accessori partono infatti dagli atelier della maison e vengono sottoposti a drappeggio, modellatura e studi sulla costruzione. La tecnica sartoriale non viene utilizzata per rendere questi capi più “preziosi” in senso convenzionale, ma per cambiare il loro linguaggio.
Piccioli sembra chiedersi quanto lavoro creativo possa essere contenuto dentro un’immagine che, apparentemente, non vuole dimostrarlo.
La quotidianità non è più il contrario del lusso
Questa operazione torna in diversi momenti della collezione.
Camicia, pantalone, maglietta, denim: capi che appartengono al guardaroba quotidiano vengono portati dentro un sistema di proporzioni e costruzioni che li rende altro senza necessariamente trasformarli in oggetti irriconoscibili.
È una delle differenze più evidenti rispetto a un’idea di lusso fondata esclusivamente sulla spettacolarità.
Qui il lavoro è spesso nascosto.
Un pantalone può sembrare un pantalone, una T-shirt una T-shirt, un paio di jeans un paio di jeans. Ma osservandoli nel movimento della passerella, emergono tagli, volumi, sovrapposizioni e interventi sulla superficie che spostano il capo dalla quotidianità alla couture.
È una couture che non ha bisogno di dichiararsi immediatamente.
Anche alcune tecniche sviluppate per la 55ª Collezione Couture vengono trasferite nel prêt-à-porter. La cucitura, intesa non soltanto come elemento funzionale ma come strumento di costruzione del volume, viene applicata a pelli e cotoni per creare forme a baschina e nuove proporzioni, richiamando alcune silhouette dell’archivio Balenciaga e traducendole su T-shirt e giacche di pelle.
Il principio è significativo: il sapere dell’alta moda non viene trattato come qualcosa di intoccabile, ma come un patrimonio da mettere in circolo. È attraverso questa contaminazione che la couture può diventare contemporanea e, soprattutto, rilevante per una nuova generazione.
Quando la silhouette torna protagonista
La parte centrale della sfilata cambia progressivamente registro.
Le costruzioni diventano più presenti, il corpo viene ridisegnato attraverso volumi e proporzioni più marcate e la semplicità dei primi look lascia spazio a una silhouette più teatrale.
Qui emerge con maggiore evidenza il vocabolario di Piccioli.
Il corpo non viene semplicemente seguito: viene allungato, ampliato, compresso o lasciato emergere attraverso contrasti tra superfici più strutturate e materiali fluidi. La figura femminile acquista una presenza scenica senza essere necessariamente costruita attraverso un’idea convenzionale di sensualità.
È una femminilità che passa dalla postura, dalla linea della spalla, dalla lunghezza, dalla relazione tra il volume dell’abito e quello del corpo.
Anche il taglio sbieco contribuisce a questa trasformazione. Viene applicato a capi immediatamente riconoscibili, dagli abiti da sera ai jeans, dalle camicie agli abiti maschili, modificando il loro rapporto con il corpo senza cancellarne l’identità originaria.
Il risultato è una collezione nella quale la costruzione non appare mai completamente separata dalla fisicità. Il capo deve muoversi, adattarsi, accompagnare il corpo. La morbidezza diventa quindi una qualità progettuale, non soltanto una scelta estetica.
Nero e arancione: la collezione cambia temperatura
È con il nero e l’arancione che la palette comincia a cambiare radicalmente.
Dopo il bianco iniziale e i toni neutri, questi colori introducono una maggiore tensione visiva. L’arancione appare quasi come un frammento della grande scultura centrale entrato negli abiti; il nero, al contrario, assorbe la luce e rende più nette le costruzioni.
Le silhouette diventano più decise.
Gli abiti acquistano volume, le proporzioni si fanno più esasperate e alcuni look sembrano quasi costruiti intorno al gesto di avvolgere il corpo piuttosto che semplicemente vestirlo. È il momento nel quale Balenciaga torna ad avere quella dimensione di moda come trasformazione fisica, senza però cercare l’aggressività estetica che aveva caratterizzato altre fasi della maison.
Il risultato è più controllato, più sartoriale, ma non per questo meno spettacolare.
Tra le forme più evidenti compaiono tuniche asimmetriche, abiti lunghi attraversati da centinaia di fili rifiniti con piccole sfere di cotone, minigonne dalle frange organiche e colletti cascanti che amplificano la silhouette. Sono forme che traducono il mondo dei coralli senza ricorrere a una semplice imitazione naturalistica.
Il corallo entra negli abiti
A questo punto la scenografia e la collezione cominciano a parlarsi in modo più evidente.
Il rosso, il giallo, l’arancione e il bianco della grande struttura centrale sembrano trovare corrispondenza negli abiti. Non attraverso una riproduzione letterale del corallo, ma attraverso una tavolozza che progressivamente abbandona la neutralità iniziale.
Il corallo rimane quindi soprattutto una questione di costruzione.
Come la scultura è composta da moltissimi fili e frammenti che, sovrapposti, producono una forma unica, anche la collezione procede per stratificazioni: camicia sopra corpetto, denim trasformato, volumi costruiti, superfici sovrapposte, materiali che cambiano comportamento quando vengono messi in relazione.
Non è il corallo come immagine naturalistica. È il corallo come struttura.
Lo stesso principio riguarda la decorazione. Fiori astratti in organza, per esempio, vengono riempiti di aria compressa e utilizzati per costruire volumi secondo una scansione quasi matematica. La decorazione non è quindi pensata come superficie aggiunta, ma come parte della fisicità del capo.
Persino dettagli apparentemente pragmatici — coulisse, colletti abbottonati, sistemi di costruzione — diventano strumenti per modificare l’attitudine e la forma. La libertà evocata dal titolo passa così anche dalla possibilità di intervenire direttamente sull’abito: libertà di gesto, di movimento, di scelta.
Il corpo come seconda pelle
Questa attenzione alla fisicità attraversa anche gli accessori. Le calzature sono flessibili e morbide, pensate per adattarsi al piede: dal Wave Thong Sandal in tela di toile alla Dahlia Mule, fino alla nuova Lounge Sneaker, volutamente destrutturata.
Le borse seguono la stessa logica. La Nodo e la Silhou Tote sono realizzate in pelle morbida, modellata e drappeggiata a mano, con forme organiche che sembrano quasi svilupparsi intorno al corpo. Gli occhiali Bow Mask presentano stanghette intrecciate artigianalmente, mentre i gioielli Getaria, ispirati alle conchiglie, mantengono un aspetto volutamente naturale e personale.
Anche il pizzo di Calais e il cutwork vengono utilizzati per aprire finestre sul corpo. Non sono semplicemente elementi decorativi: diventano parte della struttura, costruendo un rapporto tra ciò che viene mostrato e ciò che rimane nascosto.
L’effetto complessivo è quello di un guardaroba che cerca una nuova prossimità con il corpo. La comodità non viene contrapposta alla sofisticazione, ma diventa una delle condizioni attraverso cui costruire il lusso.
Ready or Not
La musica aggiunge un’altra dimensione alla passerella.
La sfilata procede sulle note di Ready or Not dei Fugees, brano pubblicato nel 1996 nell’album The Score. La scelta porta dentro la sala un immaginario distante dalla tradizionale colonna sonora della passerella di lusso.
Il ritmo del brano accompagna una sequenza nella quale la moda sembra perdere progressivamente la necessità di essere sempre impeccabile e costruita. C’è qualcosa di urbano, diretto, fisico.
La canzone parla di fuga, sopravvivenza e ricerca di un luogo nel quale poter esistere. Temi che non vengono illustrati letteralmente dagli abiti, ma che contribuiscono a dare alla collezione una dimensione diversa da quella puramente estetica.
La leggerezza del finale
Poi il ritmo cambia.
La parte finale della sfilata abbandona progressivamente la rigidità dei look più costruiti per lasciare spazio ad abiti leggeri, fluidi, pensati per muoversi intorno al corpo.
Il tessuto segue il movimento delle modelle, si apre, si sposta, crea una superficie che cambia continuamente mentre la figura attraversa la passerella.
È una leggerezza che arriva dopo una lunga costruzione.
Per questo funziona: non appare come una semplice successione di abiti da sera, ma come una liberazione della silhouette dopo il lavoro sui volumi e sulle strutture.
Beneath Your Beautiful
Nel finale arriva Beneath Your Beautiful di Labrinth ed Emeli Sandé.
La canzone, pubblicata nel 2012, parla della possibilità di superare le difese e vedere ciò che esiste oltre la superficie.
“Would you let me see beneath your beautiful?”
La domanda si sovrappone inevitabilmente alle immagini che arrivano in passerella. Dopo jeans, T-shirt, corpetti, volumi, colori e costruzioni, Balenciaga arriva a una serie di abiti nei quali il corpo torna a muoversi con maggiore libertà.
È qui che il titolo della collezione acquista il suo significato più interessante.
La libertà non è rappresentata da un singolo abito o da una silhouette precisa. È nella possibilità di attraversare linguaggi diversi senza dover scegliere tra quotidiano e couture, rigore e leggerezza, semplicità e spettacolo.
La bellezza sotto la superficie
Les coraux de la liberté è una collezione che chiede di essere osservata più che spiegata.
Tra denim couture, volumi, corpo e materia, Piccioli porta la couture fuori dall’atelier e la trasforma in un metodo per ripensare anche ciò che conosciamo già. Non cerca necessariamente una nuova immagine di Balenciaga, ma un nuovo modo di costruirla: attraverso la mano, il tempo, la tecnica e il rapporto con il corpo.
Ed è forse qui che la collezione diventa più interessante. La libertà non sta tanto nell’eccesso delle forme quanto nella possibilità di modificare il linguaggio dei capi senza perderne l’identità. Un jeans resta un jeans, una camicia resta una camicia, ma il modo in cui vengono costruiti può cambiare completamente ciò che raccontano.
In questo senso, la couture non appare come qualcosa di distante dal presente, ma come uno strumento per rimettere in discussione il quotidiano. E forse è proprio questa la sfida di Piccioli: dimostrare che, anche dentro una maison con una storia così ingombrante, innovare non significa necessariamente cancellare ciò che è stato.
Significa trovare un altro modo per farlo vivere.


