Palazzo Arese Borromeo a Cesano Maderno, durante la Milano Design Week, racconta l’evoluzione del gioco da tavolo

C’è un momento, ogni primavera, in cui il design invade cortili, palazzi storici e spazi industriali. Durante la Milano Design Week il progetto esce dagli showroom e si misura con la città diffusa.

A pochi chilometri da Milano, nelle sale affrescate di Palazzo Arese Borromeo, il design sceglie quest’anno un territorio tanto familiare quanto sorprendente: il gioco da tavolo.

Dal 10 aprile al 10 maggio 2026, 0-99. Design per gioco trasforma la dimora seicentesca in un atlante immersivo che attraversa millenni di storia ludica. Non una semplice rassegna di titoli iconici, ma una mostra che indaga il gioco come oggetto culturale, dispositivo sociale e progetto di design.

Un racconto che parte dalle civiltà antiche e arriva all’intelligenza artificiale, passando per l’epoca d’oro dell’industria ludica e il recente rinascimento analogico.

Il tavolo: architettura delle relazioni

Prima dei manuali, prima degli schermi, prima ancora della stampa, c’era un piano orizzontale condiviso. Il tavolo come microcosmo politico, come spazio pubblico in miniatura. Attorno a una griglia, a un tracciato, a una sequenza di regole, si sono costruite alleanze, conflitti, strategie.

La curatela di Cristian Confalonieri – co-fondatore di Studiolabo e Fuorisalone.it – insieme ad Alessia Interlandi di in.circle, assume questa prospettiva e la traduce in esperienza espositiva. Il riferimento teorico è l’Atlante dei giochi da tavolo (TOPIC Edizioni, 2024), una delle più ampie mappature internazionali del settore.

Il gioco, qui, è letto come tecnologia di convivenza: un sistema di segni e materiali che organizza il tempo, disciplina il conflitto, rende possibile la cooperazione. In un’epoca dominata dalla frizione digitale, la sua natura analogica si rivela radicalmente contemporanea.

Dalle civiltà antiche ai miti del Novecento

Il percorso si apre con trenta giochi provenienti da epoche e geografie diverse. Dal Gioco reale di Ur al Go, dagli Scacchial Domino, fino alla Tombola: ogni oggetto racconta una visione del mondo. Cambiano materiali e simboli, ma resta costante la tensione tra regola e libertà.

Il Novecento segna la svolta industriale e mediatica. Le scatole diventano icone domestiche, le grafiche entrano nell’immaginario collettivo. Cluedo, Forza 4, Monopoli, Risiko! segnano l’espansione globale del mercato ludico.

In mostra, Risiko! si presenta in una versione gigante e giocabile di 90 mq: il tabellone si fa paesaggio, la strategia esperienza immersiva. Il design grafico e quello spaziale si incontrano, trasformando la mappa in architettura temporanea.

Il gioco come oggetto di design

Uno dei nuclei più affascinanti dell’esposizione è dedicato alle reinterpretazioni d’autore. Qui il gioco abbandona la dimensione puramente seriale per diventare pezzo unico, oggetto prezioso, sperimentazione materica.

Il tavolo da Carrom firmato Vismara Design, gli Scacchi in acciaio disegnati da Gianfranco Frattini, il Backgammon dell’architetta e artista Valeria Molinari – fotografato da Beatrice Arenella – la Battaglia Navale in legno e pelle prodotta da Pinetti, il Gioco dell’Oca di Pineider: ogni progetto mostra come il linguaggio del design possa ridefinire forme, pesi e superfici del gioco tradizionale.

Il tabellone diventa texture, la pedina micro-architettura, la scatola manifesto grafico. È il confine sottile tra prodotto ludico e oggetto da collezione.

Autori, teoria e bottega contemporanea

Al centro del percorso, il focus sul game design restituisce dignità autoriale a una disciplina spesso percepita come invisibile. Due sale sono dedicate ad Alex Randolph, figura chiave che introdusse il nome dell’autore sulle scatole dei giochi, affermando il principio che anche il gioco ha una firma.

La sua visione è raccontata attraverso opere, documenti e il documentario prodotto da Lucca Crea nel 2022.

In dialogo con questa dimensione teorica, l’installazione La scrivania del game designer di Spartaco Albertarelli mette in scena il processo creativo: schizzi, prototipi, errori, intuizioni. Il confronto con la scrivania del maestro ebanista Pierluigi Ghianda, esposta permanentemente nel palazzo, crea un ponte simbolico tra artigianato materiale e progettazione immateriale. Entrambi costruiscono esperienze: uno nel legno, l’altro nelle regole.

Il rinascimento analogico e la sfida dell’AI

Dagli anni Novanta il gioco da tavolo vive una nuova stagione di vitalità. Meccaniche più sofisticate, narrazioni complesse, comunità internazionali di autori e giocatori. La mostra presenta edizioni fuori scala e versioni celebrative che raccontano questa rinascita.

L’ultima sezione guarda al futuro. Con memorIA, sviluppato da Studiolabo insieme alla fotografa e prompt designer Silvia Badalotti, l’intelligenza artificiale entra nel processo creativo.

Non come sostituzione dell’autore, ma come strumento di esplorazione visiva e concettuale. La domanda resta aperta: come cambierà il mestiere del game designer?

Il gioco, ancora una volta, si rivela laboratorio del presente.

Giocare per capire

La mostra si chiude con una Ludoteca aperta ai visitatori. Non solo osservare, ma partecipare. Sedersi, scegliere un titolo, condividere un tempo lento e regolato. In un palazzo nato per la villeggiatura aristocratica del Seicento, il gesto semplice del giocare restituisce centralità alla relazione.

Con i suoi affreschi, la corte nobile e il giardino all’italiana, Palazzo Arese Borromeo si conferma cornice ideale per un progetto che mette in dialogo storia e contemporaneità. Dopo le mostre dedicate a Gianfranco Frattini e a Olivetti, il palazzo rinnova la sua vocazione culturale ospitando un tema universale.

Perché tra 0 e 99 non c’è soltanto un intervallo anagrafico: c’è l’intero spettro dell’esperienza umana. E in mezzo, un tavolo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Carrello
Torna in alto