DIOR HAUTE COUTURE FW26

Jonathan Anderson scolpisce la couture: l’eredità Dior incontra l’arte radicale di Lynda Benglis

Dopo il debutto nelle collezioni uomo e prêt-à-porter, Jonathan Anderson firma la sua nuova prova nell’universo dell’alta moda con una collezione che conferma quale sarà la direzione del suo Dior: meno nostalgia, più ricerca. La Haute Couture FW26, presentata durante la settimana dell’alta moda di Parigi, è una riflessione sul gesto, sulla materia e sul volume, ma soprattutto rappresenta il tentativo di riscrivere alcuni dei codici più iconici della maison senza cadere nella semplice operazione di revival.

La sfilata arriva in un momento particolarmente favorevole per il marchio. Negli ultimi giorni Dior è stato al centro dell’attenzione internazionale dopo aver confermato di aver realizzato gli abiti del matrimonio di Taylor Swift e Travis Kelce. Le creazioni couture, disegnate da Jonathan Anderson e confezionate negli atelier storici del 30 Avenue Montaigne, restano ancora segrete, ma hanno ulteriormente acceso i riflettori sul nuovo corso creativo della maison.

Se il debutto di Anderson aveva lasciato intendere la volontà di allontanarsi da una lettura puramente romantica di Dior, questa collezione lo conferma definitivamente. Non c’è alcun desiderio di replicare il passato. Piuttosto, il designer sceglie di utilizzarlo come materiale da trasformare, piegare e persino mettere in discussione.

Lynda Benglis come punto di partenza: quando la couture nasce dalla scultura

Ogni collezione couture ha una musa. Jonathan Anderson preferisce parlare di un dialogo.

Per la FW26 sceglie infatti di confrontarsi con il lavoro di Lynda Benglis, una delle figure più anticonformiste dell’arte contemporanea americana. Negli anni Sessanta Benglis rivoluzionò il panorama artistico con le sue celebri colate di lattice, poliuretano e schiuma, opere che sembravano sfidare apertamente il Minimalismo allora dominante. Mentre gran parte della scultura cercava ordine, geometria e rigore, lei lavorava sull’istinto, sull’imperfezione e sulla fluidità della materia.

È proprio questo aspetto ad affascinare Anderson.

Più che citare direttamente le opere dell’artista, il designer cerca di trasferire nella couture il suo modo di costruire le forme. Le pieghe non sembrano progettate al millimetro ma quasi nate spontaneamente; i drappeggi ricordano materiali liquidi che improvvisamente si solidificano; i fiocchi non decorano gli abiti ma sembrano trattenere un movimento che stava per svilupparsi.

È un approccio molto diverso rispetto alla couture tradizionale, spesso costruita sull’idea della perfezione assoluta. Qui la bellezza nasce invece dall’impressione che qualcosa stia ancora cambiando.

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