EMILIANA MARTINELLI

La luce come esperienza: design, creatività e futuro

Emiliana Martinelli è presidente di Martinelli Luce, ma il suo ruolo nell’azienda va ben oltre la presidenza: è imprenditrice, progettista e art director, una guida capace di fondere creatività e visione strategica. Nata tra lampade e progetti di design, Emiliana ha ereditato dal padre Elio – scenografo e designer geniale ma autodidatta – la passione per la luce e l’innovazione.

Dai primi successi dell’azienda a Lucca, con lampade diventate icone come Cobra, Serpente e Pipistrello, Emiliana ha saputo proiettare Martinelli Luce nel futuro senza tradire le radici.

Pittura, fotografia e grafica fanno parte delle sue passioni: per Emiliana Martinelli l’arte di raccontare attraversa qualsiasi forma di espressione che non sia la matita.

La creatività da cosa passa prima di disegnare su carta?

La matita è l’ultima cosa da prendere prima di toccare la carta. Prima bisogna pensare. La creatività non è governata da un interruttore e tutto si accende, ma è un processo che nasce da una sintesi e che si concretizza in una idea, spesso inaspettatamente.

La scintilla creativa, prima di diventare segno, deriva dall’osservare, da cogliere quell’attimo di luce e di ombra, da un riflesso, da ogni cosa che gira intorno a me, dal catturare quel qualcosa che ti ha dato e trasmesso l’emozione. Un ”flash” che senti dentro e che ti fa vedere “l’oggetto” ancor prima di averlo realizzato. Poi si prende la matita o, per altri, il mouse.

Lei gestisce un catalogo complesso di circa 130 apparecchi decorativi e una linea tecnica altrettanto ampia.

Come riesce a conciliare ricerca, progettazione e gestione aziendale mantenendo intatta la creatività?

Gestire l’equilibrio tra visione artistica, progettazione tecnica, produzione industriale e risvolti   commerciali non è certo né facile, né semplice. A volte la creatività è in conflitto con le logiche produttive e di mercato che nel mio duplice ruolo di presidente dell’azienda devo tenere sempre ben presenti.

Ma uno dei vantaggi dell’azienda familiare è di poter decidere in assoluta libertà e non nascondo che spesso la creatività prende il sopravvento, sia per quanto riguarda i miei progetti, sia per la messa in produzione di quei progetti che molti designer mi propongono. D’altra parte, la sperimentazione del nuovo è sempre stata una caratteristica che ha distinto Martinelli Luce fino dall’inizio.

Gestire un’azienda è come fare il direttore d’orchestra: selezionare i progetti interni e dei designer esterni per rimanere nella nostra filosofia del marchio, coordinare il team interno, coordinare l’ingegnerizzazione, coordinare la ricerca, coordinare lo sviluppo, predisporre i prototipi, organizzare la produzione. Tutto per un’armonia finale, ma la luce è sempre il filo conduttore …è il La.

In occasione della Milano Design Week, lo showroom di Martinelli Luce si trasforma in uno spazio dinamico dove la luce prende forma attraverso il gesto. “Human Interaction”, l’installazione curata da lei, invita a riscoprire la luce come esperienza concreta e personale.

Ci può dare una preview di quello che vedremo?

L’installazione “Huma Interaction vuole riscoprire la relazione tra l’utilizzatore e l’oggetto lampada. L’interazione avviene direttamente con una qualche parte del corpo luminoso e non tramite un semplice interruttore. Entrare nello showroom Martinelli Luce quest’anno non significherà solo osservare delle lampade, ma interagire direttamente con esse. Il gesto come scintilla: dimentichiamo l’interruttore tradizionale, la luce risponderà al movimento.

L’installazione Human Interaction trasforma il visitatore da oggetto passivo illuminato dalla lampada, in soggetto attivo che illumina. Vedremo lampade che si animano, cambiano di intensità e tonalità di luce. L’installazione metterà in contrasto la solidità formale delle ICONE di Martinelli Luce con l’immaterialità dei sensori e della tecnologia che rendono possibile l’interazione. Non è la lampada a illuminare la stanza ma il gesto umano a risvegliare la luce.

Presenteremo le lampade Elica design Brian Sironi, Grammoluce design Min Dong studio Habits, Elastica e Metrica design studio Habits, e Fra Tac design Francesco Rollo.

In un mondo sempre più digitalizzato e astratto Human Interaction ci riporta alla concretezza dell’esperienza.

Nel suo lavoro la progettazione della luce occupa un ruolo centrale.

Come si interpreta oggi il compito di progettare la luce in un mercato sempre più ampio e competitivo, dove i prodotti sono numerosi e le soluzioni tecnologiche in continua evoluzione?

Oggi progettare la luce non significa semplicemente “illuminare uno spazio”, ma gestire una materia. In un mercato saturo di prodotti, non è il semplice apparecchio che fa la differenza, quello che conta è lo studio rivolto ad interpretare e dare più soluzioni specifiche per i diversi progetti.

Il mercato è molto competitivo, ricco di prodotti e di forme. Occorre quindi, almeno a mio giudizio, cercare e pensare a dei prodotti più tecnologici, considerare di fare lampade che consentano di scegliere diverse temperature di colore e regolare l’intensità luminosa, facilitarne l’accensione e lo spegnimento, permettere al soggetto di interagire per personalizzare la luce secondo gli spazi architettonici.

Infine, sfruttare la gestione della luce con le varie possibilità di controllo informatiche come “DALI, Casambi etc etc…. Per la salvaguardia dell’ambiente, progettare dei prodotti riparabili e di lunga durata. Ma per il piacere di vivere, fare lampade che siano anche emozionali. Per me è una sfida continua.

La luce si fa immateriale, diventa smart e spesso estetica prima ancora che funzionale.

Come si progetta un prodotto di successo e dove trova ispirazione?

Progettare oggi un prodotto di illuminazione è un’impresa complessa. Non si progetta un prodotto pensando che diventerà un’icona e avrà successo, forse lo diventerà e lo avrà, lo spero sempre, ma non tutte le lampade riescono. Nella progettazione cerco di tenere presente alcuni parametri fondamentali come: la tecnologia, la funzione, l’estetica, i materiali, le sorgenti di luce.

Cerco di progettare o scegliere lampade che abbiano certe caratteristiche, che diano emozione, che abbiano un carattere anche quando sono spente.

L’ispirazione la trovo in ambiti diversi, guardandomi intorno, sempre, in qualsiasi posto e in ogni condizione in cui mi trovo; ogni situazione è buona per farmi venire l’idea. Osservando come la luce filtra attraverso le foglie, una goccia d’acqua che cade nella pozzanghera, la forma della civetta, o il dinamismo dello scoiattolo che salta di ramo in ramo, è così che nasce la mia ultima lampada con il cavo che va di parete in parete.

Guardando un fiore ho progettato la lampada Papavero, ma anche osservando la forma di un qualsiasi oggetto che non c’entra niente con quello che dovrò disegnare. Si tratta di saper leggere quell’oggetto o, magari, la sua ombra. Può essere un albero, ma anche una tazzina da caffè, o un particolare architettonico; qualcosa che da un nuovo stimolo od una nuova idea.

Tutto è importante, per questo non butto via le cose, anche quelle che trovo per strada, al mare, in giro per ogni dove. La testa spazia e vede quello che forse altri non vedono. Accumulo queste cose, come fanno tanti miei amici designer, così gli studi e le case sono piene di cose, anche inutili, brutte, belle, per poi riguardarle. Le lascio decantare, poi in seguito serviranno, forse….

L’ispirazione ripeto, non viene al tavolino, a volte può succedere, ma quando accade è perché hai già immagazzinato tante e tante informazioni, dovute però al saper osservare e vedere le cose, e le hai messe insieme. Anche guardando le riviste alla rovescia; si vedono molte cose, da un altro punto di vista, e scopri ancora nuove possibilità formali.

Tra le lampade icone di Martinelli c’è il Pipistrello, progettato da Gae Aulenti, che ha raggiunto traguardi importanti. 

Cosa rappresenta questa lampada per Martinelli Luce e perché le donne continuano a faticare nel mondo del design?

La lampada Pipistrello è indubbiamente una lampada di grande successo commerciale. Nata 60 anni fa è tuttora importante più di allora per Martinelli Luce. Direi che è il simbolo di una collaborazione che ha rotto gli schemi donna-impresa in un’epoca dominata maggiormente dagli uomini, specie in questo settore del design, ma non è certo questo il motivo principale del suo successo.

Il Pipistrello concretizza la capacità di Martinelli luce di ingegnerizzare già negli anni ‘60 forme organiche e complesse, come il diffusore stampato in metacrilato opal bianco che fu una grande sfida. Come pure è stato complesso la realizzazione del telescopio in acciaio inox.

La sua dinamicità lo differenzia da molte icone statiche: il Pipistrello si alza e si abbassa in altezza. Direi che è uno dei rari oggetti che riesce a essere contemporaneamente liberty nelle sue forme sinuose e Pop, adattandosi in molti e diversi spazi sia abitazioni residenziali, sia loft moderni. Gae Aulenti è stata un’eccezione come poche altre, sia come architetto, che come designer e scenografo. 

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Molte sono le studentesse nelle varie facoltà e nelle scuole di design, in numero superiore al numero dei maschi. Lo constato personalmente andando a tenere dei corsi e revisioni in diverse scuole di Design e faccio spesso questa considerazione: ma dove andrete a finire tutte?

Molte, una volta ottenuto il titolo si perdono per strada. D’accordo che questo mondo del disegno industriale, ma oggi anche dell’arredamento, è legato a materie meccaniche alla tecnologia, all’ingegneria, allo studio e alla sperimentazione dei materiali, al contatto come dovrebbe essere con l’officina od il laboratorio, allo sporcarsi le mani direi, ma lo sapevate e se vi perdete vuol dire che non c’è passione e il percorso che avete intrapreso non è stato quello giusto. 

Occorre volere e avere passione ripeto, gli ostacoli per le donne ci sono in tutti i mestieri, bisogna cercare di superarli, ma bisogna volerlo. Oggi, comunque, molte cose sono cambiate rispetto a una volta e ce la possiamo fare. Indubbiamente, prima di tutto, si deve saper fare il proprio mestiere ed anche avere un certo carattere per essere rispettate ed ottenere il riconoscimento che ci meritiamo tutte. 

La luce naturale e quella artificiale oggi sono elementi fondamentali di un progetto architettonico. Raccontano una storia, creano esperienze, ma sono sempre più complesse da gestire.

Ci può dare qualche suggerimento pratico?

La luce è l’unico materiale da costruzione che non ha peso, ma è quello che definisce il volume e l’emozione di uno spazio. Direi che il segreto di un progetto è il saper controllare la luce, sia naturale che artificiale e saper creare le ombre così da poter far risaltare i dettagli.

Ricordiamo però che la luce non si vede fino a che non colpisce una superficie, per cui anche la scelta dei materiali ed il loro trattamento deve essere programmato. Chiediamoci dove vorrei il buio per far risaltare quel dettaglio o quello spazio architettonico se abbiamo troppa luce e, viceversa, dove vorrei la luce quando l’ambiente è al buio.

I giovani designer lavorano in un contesto in continuo cambiamento. Oggi essere designer significa avere visioni ma anche resilienza.

Quali sono le qualità principali che un giovane designer deve coltivare per affrontare il mercato attuale e quali consigli darebbe a chi sta studiando design e ai giovani progettisti che collaborano con voi?

Direi che il designer è l’insieme di… un disegnatore, un ingegnere dei materiali e della produzione, ricco di fantasia, di competenza tecnologica, di passione, di resilienza difronte alle difficoltà, ed ha la capacità di assorbire l’urto dei cambiamenti dati dal mondo digitale e dalla tecnologia in continuo sviluppo. Parlando del mio campo, basti vedere come le nuove sorgenti LED hanno di fatto cambiato il modo di progettare una lampada. Deve essere curioso, deve avere passione per questo lavoro e voglia di sperimentare.

Ritengo che la filosofia che dovrebbe guidare un giovane designer sia quella di progettare oggetti utili visto che tanti non servono, innovativi, tecnologici, emozionali e che durino nel tempo. Non limitarsi alla sola ricerca formale, magari per fare cose ”diverse“ (il famolo strano tanto per capirsi). E poi rivedere i propri progetti, migliorarli e riprogettarli.

Direi anche di giocare a realizzare modelli in carta, balsa, polistirolo o con la stampa 3D, per vederli meglio, anche con le mani e non solo con gli occhi. In definitiva, progettare oggetti, che siano funzionali, che risolvano un problema, ma che suscitino anche un’emozione, senza trascurare una stretta collaborazione con le aziende, perché si impara sempre e molto da chi, alla fine, deve fare quadrare anche i conti.

Ai giovani progettisti che vogliono progettare qualcosa per noi e anche quelli che già collaborano con noi dico sempre di guardare con attenzione il nostro catalogo e capire la filosofia della nostra azienda affinché possano progettare, sia secondo un nostro input, sia in base ad una loro idea, una lampada in linea con la nostra filosofia progettuale che prosegua quel fil rouge che desidero portare avanti.

Milano sarà nuovamente la capitale del design internazionale. La Design Week 2026 è un palcoscenico che abbraccia tutte le categorie di prodotto: auto, food, moda, beauty e molto altro.

Qual è il significato del design per lei oggi?

Oggi per me il Design non è solo ricerca della forma finita e perfetta, ma è un processo in divenire, è relazione, è ricerca tecnologica, è sistema produttivo, è ricerca dei materiali.

Direi anche un’attenzione a progettare meglio, pensando che non dobbiamo fare un oggetto artistico ma un prodotto industriale, di utilità sociale, ed è un atto di saper essere più responsabili per non progettare e mettere sul mercato oggetti nati solo sulla base di una ricerca formale o dalla necessità di stupire.

Purtroppo, si assiste invece ad un proliferare di oggetti che non rispondono ai requisiti che ho prima elencato, magari belli, emozionanti, piacevoli, ma assolutamente improbabili, più multipli d’arte che oggetti di design.

Progettista, imprenditrice e art director.

Come coniuga il suo lavoro con la vita privata e che visione vuole costruire nei prossimi anni con Martinelli Luce?

Direi che sacrifico un po’ della mia vita privata, in quanto spesso fuori sede per il lavoro, in azienda fino a tarda sera e quasi sempre ultima insieme a mio figlio ad uscire. Pranzi, cene e palestra a volte ad ore improbabili. Ma la passione per il design e il voler riunire le idee per il giorno dopo è più forte e così, anche dopo tutti questi anni, non è proprio un peso.

Il mio rammarico più forte è il non poter dedicare sufficiente tempo ai miei hobby preferiti che sono dipingere, andare nelle belle giornate a tagliare l’erba con il trattore intorno alla mia casa sulle colline da dove domino Lucca, ma la domenica è fantastico farlo, e anche suonare con il mio mezza coda.

Dato che siamo già molto rappresentati nel campo del decorativo con le lampade iconiche come Cobra, Pipistrello, Serpente, Profiterolle e tante altre, vorrei sviluppare maggiormente la parte più tecnica, per l’illuminazione di spazi commerciali, espositivi, hospitality. Settori questi molto complessi anche per la presenza di produzioni asiatiche a basso costo. Dobbiamo combattere con la qualità, l’estetica e con progetti bespoke.

Ha collaborato con architetti e designer di fama mondiale.

C’è qualche collaborazione che le è rimasta particolarmente a cuore e ci può spiegare il motivo?

Sono felice di aver lavorato e di continuare a lavorare con noti architetti e designer, ma quelli dei quali ho un ricordo maggiore sono Gae Aulenti, Sergio Asti e Marcello Morandini. Gli ho conosciuti da giovane e sono stati degli importanti punti di riferimento per la mia crescita, insieme a mio padre con cui mi interagivo tutti i giorni. Da loro ho preso il rigore della progettazione accompagnato dalla ricerca di forme, materiali innovativi e amore per la sperimentazione.

Dal 1965 alla sua scomparsa ho frequentato lo studio dell’architetto Gae Aulenti a Milano come quello dell’architetto Sergio Asti. La prima molto autoritaria, ma carina con me, un punto di riferimento come donna architetto, che mi ha sempre incentivato dicendomi di andare avanti con coraggio come aveva fatto lei in un lavoro pieno di uomini.

Sergio Asti più confidenziale e dolce, un rapporto ricco di lunghe telefonate, spesso per diverse sere consecutive, e di scambio di opinioni quando andavo a trovarlo nel suo studio. Uno studio ricco di prototipi, oggetti orientali e disegni meticolosamente catalogati. Incontri che ho fatto con piacere, fino quasi alla fine della sua vita quando, in una delle ultime volte, gli ho promesso la riedizione della sua lampada Visiere. Così è stato. Proprio ad aprile verrà inaugurata una sua mostra a Milano. 

Anche con l’architetto Morandini ho avuto una particolare frequentazione. E’ venuto diverse volte a Lucca, a pranzo a casa nostra in campagna, portando quei suoi bellissimi libri in bianco nero della grafica inconfondibile e che conservo gelosamente. Con lui abbiamo realizzato una lampada da parete che esprime compiutamente il suo messaggio grafico: una semisfera che appoggia su di uno specchio e viene quindi percepita dall’osservatore come se si trattasse di una sfera nella sua interezza.

Emiliana Martinelli ha una lampada sulla sua scrivania o sul comodino? Se sì, perché quella scelta?

Accanto al letto in tutte le mie case ho la lampada Amica. E’ stata uno dei primi progetti, nata, da una rielaborazione di una lampada disegnata da mio padre “ l’Amico”, aggiornata nella forma della testa orientabile per adattarla ad ospitare una novità del tempo, ovvero una sorgente LED circolare.

Sono particolarmente affezionata a questa lampada perché mi riporta alla stretta collaborazione con mio padre ed alla gratificazione avuta dal suo accettare che apportassi delle modifiche ad un suo progetto. Al di là di questo, Amica è una lampada giocosa e la reputo realmente funzionale per le molte posizioni che può assumere il braccio articolato e l’orientabilità della sorgente luminosa e per la sua duplice intensità di luce.

Oggi il mercato globale è attraversato da guerre, crisi economiche e continui cambiamenti. Il design è fatto per sfidare il tempo.

Quali difficoltà state riscontrando in questo periodo e quali costi comporta la produzione?

Le difficoltà che riscontriamo specie negli ultimi tempi riguardano principalmente i ritardi nell’approvvigionamento dei componenti elettronici che siamo stati costretti a cercare presso fornitori alternativi a prezzi superiori a quelli standard.

Oltre a questo, l’aumento dei prezzi delle materie prime e dei trasporti, specie internazionali, sono tutti fattori che comportano un significativo incremento dei costi che per il momento siamo riusciti ad assorbire non incrementando i listini, ma non sappiamo per ancora quanto tempo.

Martinelli ha una lunga storia, fondata negli anni Cinquanta da suo padre Elio.

Quali ricordi del passato desidera condividere?

Tanti sarebbero i ricordi da raccontare e condividere, tanti sono stati gli anni passati insieme a lui. Mi ricordo la prima fiera di Milano nel 1961, ero una bimba, ma la ricordo. Un piccolissimo stand lungo un percorso esterno tra i vari edifici interni della fiera. Si entrava da porta Giulio Cesare. Oggi non c’è più, ci sono degli edifici residenziali, tutto è cambiato e quando passo in macchina da quel luogo torno sempre indietro nel tempo.

Come pure quando ci alzavamo presto, mio padre e anche con mia madre, per andare a Milano alla Fiera. Si andava anche “alla fiera della meccanica”, mio padre mi prendeva per mano, e tutto il giorno si stava tra le macchine, tra i rumori dei torni, delle presse di stampaggio a iniezione. Era come ascoltare un concerto di musica elettronica. Non c’erano bambini, nè tantomeno bambine, ma a me piaceva quel mondo, e guardavo.

Non andavo a scuola quel giorno né il giorno successivo perché la sera tornavamo a Lucca tardi, stanchi ma felici di aver comprato qualche nuova attrezzatura. Mio padre diceva che stare lì e vedere e sentire tutti quei suoni e quei macchinari mi avrebbe fatto bene e valeva più di un giorno dietro al banco, una importante lezione tecnologica.

Dopo quella, tante altre fiere nel corso degli anni a cui come azienda abbiamo sempre partecipato, sono 60 anni. Inizialmente disegnava lui gli stand, d’altra parte era scenografo, poi da un bel giorno, dopo la mia laurea in architettura e già da un po’ di tempo in azienda, mi delegò, ma non sono mai stata da lui gratificata, non criticava, e già questo mi doveva bastare come segno di apprezzamento, era il suo carattere.

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Altro importante ricordo fu il mio primo incontro con Gae Aulenti, nel 1965, allora una giovane architetto, già dal carattere deciso e autoritario, quando arrivò con quel disegno già particolareggiato della lampada Pipistrello. Ricordo poi le montagne di materiale, gli scarti, per lo stampaggio del diffusore in metacrilato, perché non si riusciva a realizzarlo. Ricordo anche quando salivo quelle ripide e strette scale in ferro del suo studio a Milano, quando andavo a trovarla. Mi batteva sempre forte il cuore per l’emozione. 

Ancora un altro ricordo, quando realizzai in officina il prototipo della mia prima lampada “Gaia”. Lo feci di nascosto. Mio padre dimostrò stupore e felicità ma non mi disse niente, venni a sapere che gli piaceva da ”Cecco”, il suo braccio destro in officina.

Ricordo anche tutti gli architetti e designer importanti che ho conosciuto insieme a lui, oltre a Gae Aulenti e Sergio Asti, Giò Ponti, Marco Zanuso, Cini Boeri, Enzo Mari, Cesare Casati, Achille Castiglioni, Gioe Colombo, Marcello Morandini, Ingo Mauer, Isamu Noguki e tanti, tanti altri.

Sono stati anni difficili insieme, lo ammetto, il suo carattere era fortissimo e niente andava mai bene, ma lo ringrazio lo stesso, anche per avermi trasmesso la sua passione.

Il brand oggi ha uno spazio a Milano in via Borgogna, inaugurato lo scorso anno durante Euroluce. 

Quale esigenza l’ha spinta ad aprire a Milano e cosa significa oggi avere uno showroom di design?

Erano tanti anni che volevamo un nostro spazio a Milano, ma poi non se ne faceva di niente perché non trovavamo degli spazi a nostro avviso idonei. Lo spazio di via Borgogna invece mi è subito piaciuto quando me lo hanno proposto; non sono riuscita a dire di no.

Indubbiamente Milano è la patria del Design e non potevamo ancora non esserci. Certamente mi comporta più viaggi, più lavoro, ma mi diverte fare eventi, curare le installazioni, mostrare i nuovi prodotti e incontrare i vari architetti di studi importanti, il vero obiettivo dell’apertura dello showroom. 

Oggi suo figlio Marco Ghilarducci ricopre il ruolo di amministratore delegato di Martinelli Luce, seguendo con passione e competenza il dipartimento commerciale e gestionale, ma portando anche un approccio tecnologico e creativo ai progetti dell’azienda, come dimostra la lampada da tavolo TX1 con gestione della luce tramite comando remoto o dispositivo Apple Bluetooth. 

Come descriverebbe il ruolo di Marco all’interno dell’azienda oggi e quale futuro si augura per i giovani designer e collaboratori che contribuiscono a dare forma al presente e al futuro di Martinelli Luce?

Mio figlio è da tanti anni in azienda e ne è l’amministratore delegato con tutte le responsabilità del caso. Ho delegato a lui buona parte delle cose che mi piacciono meno e che ho dovuto comunque seguire per molti anni.

Io sono più creativa, bizzarra, impulsiva, sono Leone, mi piace disegnare spaziare con la fantasia e quindi mi concentro più sulla parte progettazione, grafica, ingegnerizzazione insieme allo studio tecnico. I compiti sono divisi, ma Le decisioni importanti però le prendiamo sempre insieme. L’unione fa la forza e quindi il parlare e il confronto è sempre utile, “giochiamo in casa”. 

Mi auguro che i designer continuino la collaborazione con noi portando sempre nuove idee ed energie. Ritengo sia importante il lavoro che svolgiamo con i giovani studi e giovani scoperti anche al Padiglione Satellite durante la fiera di Milano ad Euroluce e che ha portato anche a numerosi riconoscimenti internazionali.

Non mi interessa che lavorino in esclusiva per noi ed è bene che seguano i loro interessi anche in settori diversi dall’ illuminazione. Le nuove idee vengono anche dalla contaminazione tra realtà e visioni diverse.

Che previsioni si sente di fare sul fatturato e sull’andamento del mercato del design? Su quale mercato state puntando?

Il settore dell’illuminazione sta attraversando una fase di “prudente ottimismo”. Nonostante una modesta contrazione dei fatturati in questo ultimo anno, le aziende tipo Martinelli Luce tendono a essere resilienti.

Certamente gli ultimi avvenimenti che hanno incendiato il Medio Oriente non contribuiscono alla ripresa del mercato. L’aumento del costo dell’energia da una parte e la drastica riduzione, che speriamo momentanea, dell’export verso i paesi del Golfo possono innescare una crisi profonda e non solo nel nostro settore.

Di conseguenza in questo momento fare delle previsioni è difficile e come azienda cerchiamo di migliorare la nostra posizione nel Far East e consolidarci in Europa. Per il mercato statunitense bisognerà aspettare e vedere come finirà lo scontro sui dazi

Oggi l’intelligenza digitale ha preso il sopravvento, come fece il digitale qualche anno fa.

Come interagirà con la luce e il design secondo lei?

Ritengo che l’IA non è sia uno strumento per fare cose solo più velocemente. In quest’ultimo anno è divenuta un vero collaboratore strategico per tante persone ed in molteplici settori e sarà certamente di aiuto anche nelle situazioni più complesse nel campo della progettazione illuminotecnica. Anche io pongo delle domande, controllandone le risposte che non sempre sono corrette.

In sintesi, non credo che sostituirà certo il designer, ma sostituirà il designer che non sa usare l’IA. La creatività umana resterà sempre il motore, l’IA potrà essere il carburante per semplificare e velocizzare certe attività.

C’è qualcosa che nessuno le ha mai chiesto e che vorrebbe dire a tutti i design lovers che si preparano a popolare Milano e i vostri spazi?

Direi che con l’avvento del mondo digitale ci stiamo sempre più allontanando l’uno dall’altro, non parliamo, non interagiamo, siamo sempre più isolati. Un mondo digitale che ci porta sempre più ad essere solitari. Questo non è proprio il mio mondo, lo trovo freddo, privo di emozione. Agli amanti del design voglio quindi dire di non perdere il contatto con la realtà delle cose.

Nelle scelte, rinunciare magari a qualche funzione gadget, superflua e di maniera, e badare di più alla sostanza del progetto/oggetto. Ergonomia, semplicità e facilità d’uso e di manutenzione, innovazione responsabile dovrebbero essere i principali parametri da considerare nella scelta di un progetto, ma anche di un acquisto, senza dimenticare la capacità di suscitare un’emozione.

Proprio per questo nel nostro showroom, per il Fuori Salone, abbiamo voluto sviluppare il tema “HUMAN INTERACTION”. L’Interazione diretta con le lampade, un invito a riflettere e a riscoprire il piacere del contatto, attraverso un gesto naturale e poetico, capace di destare stupore. Ogni visitatore non sarà spettatore ma attore, interagirà con alcune delle nostre lampade che si accendono, spengono e si dimmerano attraverso un nostro contatto diretto.

Milano si sta preparando, le vetrine sono già chiuse dalle tende per i preparativi del Fuori Salone e come tutti gli anni sarà stracolma di amanti del design, almeno lo speriamo. Tanti saranno gli eventi e purtroppo non potremo vederli tutti, ma cercheremo di vederne il più possibile. Siamo vogliosi di scoprire le novità, idee, installazioni ed emozioni che Milano sa sempre dare. Importante è andare alla scoperta e cercare di cogliere il meglio di quello che Milano ci sta preparando.

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