New Age come pratica: il lessico che si espande, si contamina, si ricorda
Il ritorno di Lessico Familiare alla Milano Fashion Week Uomo avviene lontano da qualsiasi forma di celebrazione.
New Age, presentata il 17 gennaio negli spazi di Palazzo Turati, non segna un semplice rientro in calendario dopo due anni di assenza, ma l’esplicitazione di un processo già in atto: la trasformazione del brand da progetto estetico a pratica progettuale consapevole, in cui il lessico non è mai dato una volta per tutte, ma continuamente riscritto.
Il titolo della collezione non va letto come riferimento letterale al movimento spirituale del Novecento, bensì come dichiarazione di approccio. New Age diventa una postura mentale, una modalità di lavoro che accetta l’incoerenza, il cortocircuito e l’istinto come strumenti legittimi del fare moda. È una nuova età, sì, ma priva di retorica salvifica: urbana, ironica, inevitabilmente contraddittoria.
Dal recupero alla curatela: il ready-made come atto autoriale
Fin dalle sue origini, Lessico Familiare ha costruito il proprio immaginario a partire dal già esistente. Nato durante il lockdown, quando il riuso era una necessità prima che una scelta ideologica, il progetto di Riccardo Scaburri, Alice Curti e Alberto Petillo ha progressivamente trasformato il recupero in un sistema. In New Age, questo sistema si raffina e si radicalizza.
La collezione nasce da una sorta di ribaltamento fisico e concettuale dello studio: colletti, davanti di camicie, rivestimenti di divani acquistati e mai utilizzati, capi d’archivio rimasti in sospeso. Nulla viene smontato per essere “corretto” o nobilitato. Gli elementi vengono uniti direttamente sul corpo, secondo una logica che si avvicina più al ready-made che all’upcycling. È lo spostamento di contesto — e non la trasformazione materiale — a generare senso.
In questo gesto risiede uno dei passaggi più interessanti della collezione: Lessico Familiare non cerca coerenza formale, ma coerenza di sguardo. La curatela sostituisce lo styling, l’intenzione sostituisce la funzione.
Figure sospese: abiti come presenze, non come silhouette
La sfilata mette in scena una costellazione di personaggi piuttosto che una sequenza di look. Le figure che attraversano lo spazio di Palazzo Turati sembrano appartenere a tempi e luoghi diversi, come se il tempo si fosse piegato su se stesso. Gonne a sbuffo si aprono in volumi generosi, il tulle si compatta in masse dense, abiti lunghissimi scivolano sul pavimento lasciando strascichi che evocano code animali o presenze simboliche.
L’idea di funzione viene costantemente messa in crisi. L’eccesso non è spettacolare, ma laterale: una deviazione silenziosa che trasforma l’abito in presenza. Accanto a queste architetture morbide emergono sottovesti preziose e abiti da sera segnati da paillettes semi-distrutte, che incontrano materiali e immagini del quotidiano — sacchi della spesa, tappetini da ingresso, scheletri stampati. L’high and low non è un esercizio di stile, ma una frizione reale tra mondi che normalmente non dialogano.
Il gioco attraversa l’intera collezione, ma non come gesto ironico fine a se stesso. È un gioco misurato, che sostiene la libertà espressiva senza mai scivolare nel grottesco, mantenendo una relazione concreta con il corpo e con la vestibilità.
Scomporre per risignificare: il lessico degli oggetti
La costruzione dei capi segue una logica di scomposizione e ricomposizione semantica. Elementi familiari vengono isolati e riattivati secondo relazioni inattese: colletti di camicia diventano t-shirt o ornamenti da indossare sul capo, calzini cuciti insieme si trasformano in guanti, gonne o abiti, canottiere vengono capovolte e spostate sui fianchi. Dettagli funzionali perdono il loro ruolo originario per assumere un valore puramente segnico.
È in questo continuo slittamento che il “lessico” del brand si espande. Ogni anno si aggiungono parole nuove, senza che le precedenti vengano cancellate. La moda, qui, non è un sistema chiuso, ma una lingua viva, in costante mutamento.
L’abito da sposa come archetipo instabile
Elemento fondativo dell’universo Lessico Familiare, l’abito da sposa attraversa New Age in una pluralità di forme. Non è mai nostalgico né celebrativo. Dialoga con felpe e t-shirt, si apre a contaminazioni informali, riaffiora nella sua dimensione archetipica attraverso corone, diademi e strascichi che emergono da pantaloni apparentemente sobri.
Le figure che lo indossano appaiono come debuttanti annoiate, principesse disincantate, presenze ibride che oscillano tra sacralità e quotidiano. Tacchi a spillo da cerimonia convivono con babbucce in pelle da casa, suggerendo una sovrapposizione di contesti: salotti borghesi, eventi mondani, strade qualsiasi che conducono a uffici o scuole. Ancora una volta, il tempo non è lineare, ma stratificato.
Madonna, la New Age metropolitana e il cortocircuito pop
A tenere insieme questo palinsesto di riferimenti è la presenza esplicita di Madonna, scelta come colonna sonora e riferimento concettuale. Non la New Age idealizzata degli anni Sessanta, ma quella metropolitana di fine Novecento: spiritualismo urbano, mantra ascoltati nel traffico, percorsi di healing filtrati dalla cultura pop.
Le sue tracce accompagnano la sfilata come un sottofondo emotivo, amplificando il cortocircuito tra icona pop e tensione simbolica. Il risultato è un misticismo leggero, mai dogmatico, che restituisce alla parola New Age una valenza profondamente contemporanea: non promessa di salvezza, ma tentativo di stare nel caos senza prendersi troppo sul serio.
Un lessico che rifiuta la chiusura
New Age conferma Lessico Familiare come uno dei progetti più interessanti del panorama indipendente italiano, capace di lavorare sulla memoria senza cristallizzarla, sul recupero senza moralismi, sul gioco senza superficialità. È una collezione che rifiuta la chiusura e accetta l’incompletezza come valore.
In un momento storico in cui la moda sembra procedere con cautela, Lessico Familiare sceglie di non semplificare. E proprio in questa complessità, stratificata e imperfetta, trova la propria forza.


