Il debutto di Simone Rizzo e Loris Messina è solo dal vivo
Alla quarta giornata della Milano Fashion Week SS27 arriva uno dei debutti più attesi della stagione: Simone Rizzo e Loris Messina entrano ufficialmente in passerella alla guida creativa di Moschino.
I designer debuttano alla direzione creativa di Moschino con una collezione che guarda all’archivio di Franco senza trasformarlo in un repertorio di citazioni. Il risultato cerca una nuova misura dell’ironia, tra costruzioni, riferimenti alla storia del costume e un guardaroba più vicino alla vita reale.
Alla quarta giornata della Milano Fashion Week SS27 arriva il momento più atteso del nuovo corso di Moschino: il debutto di Loris Messina e Simone Rizzo alla direzione creativa della maison. Dopo dodici anni alla guida di Sunnei, il duo entra in una realtà completamente diversa per dimensioni, storia e responsabilità, portando con sé un approccio maturato in un progetto indipendente e confrontandosi con uno degli archivi più riconoscibili della moda italiana.
La questione, fin dall’annuncio della loro nomina, non era semplicemente capire che cosa avrebbero fatto di Moschino. Era capire come avrebbero affrontato l’eredità di Franco Moschino senza rimanerne prigionieri. Un problema tutt’altro che secondario per una maison la cui identità è stata costruita proprio sulla capacità di trasformare l’ironia in un linguaggio immediatamente riconoscibile.
La prima risposta arriva dalla collezione primavera estate 2027 e dalla maniera in cui il duo ha scelto di osservare l’archivio. Messina e Rizzo hanno raccontato di averlo studiato meticolosamente, non con l’intenzione di replicarlo, ma per comprendere il metodo di Franco e utilizzarlo come punto di partenza per costruire il Moschino del futuro. È una distinzione importante, perché evita la strada più semplice: riprendere lo smiley, gli slogan, i trompe-l’œil, i riferimenti pop e gli oggetti trasformati in abiti e costruire intorno a questi elementi una collezione che avrebbe avuto il vantaggio di essere immediatamente riconoscibile.
Il problema, però, è che una maison non può vivere soltanto della riconoscibilità del proprio archivio. Soprattutto oggi.
L’archivio non è un repertorio
La SS27 parte quindi dalla memoria di Moschino, ma prova a lavorare sulla sua grammatica più che sulle sue immagini. È una scelta che si vede soprattutto nella costruzione dei capi, dove l’ironia viene spesso affidata alla forma anziché alla superficie.
Un esempio è l’abito stretch blu ricoperto di stelle bianche, la cui struttura interviene sul corpo alterandone volutamente le proporzioni. L’effetto è quello di una silhouette quasi deformata, costruita attraverso un artificio che diventa parte integrante del vestito. È una soluzione che richiama uno dei meccanismi più interessanti del lavoro di Franco Moschino: utilizzare la costruzione dell’abito per mettere in discussione l’idea stessa di abito.
La stessa logica ritorna nelle gonne che rendono visibile il panier, quella struttura rigida storicamente utilizzata per conferire ampiezza alle gonne. Qui un elemento appartenente alla storia del costume viene estratto dalla sua funzione originaria e portato in superficie, trasformandosi da struttura nascosta in componente dichiarata del look. Il riferimento storico non viene quindi utilizzato semplicemente per creare un’immagine, ma diventa materia progettuale.
È un approccio che attraversa diversi passaggi della collezione: drappeggi, frange, stampe, volumi e sovrapposizioni costruiscono un guardaroba nel quale l’eccentricità non viene eliminata, ma viene resa meno didascalica rispetto alle interpretazioni più letterali dell’immaginario Moschino.
Anche quando il colore diventa protagonista, il risultato non cerca necessariamente la battuta immediata. La collezione lavora piuttosto sulla tensione fra normalità e alterazione, fra capi che potrebbero appartenere alla quotidianità e interventi che ne modificano improvvisamente proporzioni, funzione o percezione.
È qui che la ricerca di Rizzo e Messina trova il suo terreno più interessante.
L’ironia dentro l’abito
L’idea di un’ironia meno dichiarata non significa però che Moschino perda la sua componente giocosa. Al contrario, la collezione contiene diversi elementi che appartengono chiaramente alla storia della maison, ma vengono trattati con una misura diversa.
La borsa a forma di gatto nero è forse l’esempio più immediato. L’accessorio ha una componente quasi scultorea e introduce nel guardaroba un elemento volutamente assurdo, ma lo fa senza costruire intorno a sé l’intero look. È un oggetto che può essere letto prima come accessorio e poi come gioco, mantenendo quella capacità di Moschino di trasformare qualcosa di ordinario in qualcosa di inatteso.
Il gatto, in questo senso, funziona proprio perché non è accompagnato dalla necessità di spiegare la battuta. È semplicemente lì.
È una direzione che può essere interessante per il nuovo corso della maison: lasciare che il prodotto contenga il concetto, invece di affidare il concetto esclusivamente alla comunicazione.
Il vero tema è il prodotto
Ed è probabilmente qui che la SS27 va letta con maggiore attenzione.
La scelta di presentare lo show esclusivamente dal vivo, annunciata attraverso la formula “MOSCHINO SS27 SHOW, IRL ONLY”, ha generato inevitabilmente molta attenzione. Anche la presenza di persone comuni accanto a modelle e modelli durante il défilé costruisce un’immagine precisa: la moda che torna alla realtà, la passerella che si mescola alla strada, l’esperienza fisica contrapposta alla sua immediata traduzione digitale.
Sono elementi interessanti come dispositivo di comunicazione, ma non dovrebbero diventare il punto centrale della valutazione di questa collezione.
Perché Moschino non ha bisogno soltanto di una trovata capace di produrre attenzione. Ha bisogno di costruire una direzione riconoscibile e soprattutto duratura.
La maison arriva a questo debutto in una fase particolarmente delicata per Aeffe e per il suo portafoglio di brand. In un contesto nel quale il rilancio di una maison richiede continuità, riconoscibilità e capacità di trasformare la visione creativa in prodotto, il vero banco di prova non può essere soltanto quanto rumore riesce a generare uno show.
Il tema è quello che rimane quando lo show è finito.
Quali capi vengono ricordati? Diventano desiderabili? Quali codici possono essere ripetuti, sviluppati e riconosciuti nelle stagioni successive? Quale idea di Moschino può diventare abbastanza solida da non dipendere ogni volta da una nuova provocazione?
Sono domande più importanti del livestream, dei passanti in passerella o della formula scelta per presentare la collezione.
Perché l’innovazione, per una maison, non coincide necessariamente con il fare qualcosa che nessun altro ha fatto ieri. Può anche significare costruire un linguaggio abbastanza forte da non dover essere reinventato ogni sei mesi.
Dalla provocazione al codice
È proprio questa la sfida che la prima collezione di Rizzo e Messina lascia aperta.
Franco Moschino aveva creato un sistema di codici che gli permetteva di essere ironico senza diventare occasionale. Lo smiley, il trompe-l’œil, il linguaggio pubblicitario, la trasformazione degli oggetti quotidiani, l’uso dissacrante del logo e la rilettura della storia della moda non erano semplicemente trovate isolate: insieme costruivano un sistema.
Questo è probabilmente il punto che il nuovo Moschino dovrà dimostrare di saper ricostruire.
Non necessariamente con gli stessi simboli, ma con la stessa forza di riconoscibilità.
La SS27 introduce alcuni elementi interessanti in questa direzione. Le deformazioni della silhouette, il rapporto fra struttura e corpo, il panier lasciato emergere, gli accessori-oggetto e la rilettura di elementi storici potrebbero diventare parte di una grammatica più ampia.
Ma una grammatica diventa linguaggio soltanto quando viene sviluppata nel tempo.
Ed è qui che una prima collezione, per quanto importante, non può ancora dare tutte le risposte.
Un Moschino più sofisticato, senza perdere il sorriso
Il passaggio da Sunnei a Moschino porta con sé anche un cambiamento di scala. Rizzo e Messina arrivano da un progetto nel quale hanno potuto sperimentare liberamente formati, presentazioni e rapporti fra moda, performance e pubblico. Ora devono confrontarsi con una maison storica, con aspettative molto più ampie e con la necessità di trasformare una ricerca personale in un’identità capace di parlare a un pubblico internazionale.
La loro risposta sembra essere quella di non rendere Moschino più serio, ma di rendere la sua ironia più sofisticata.
È una differenza sostanziale.
L’ironia può essere contenuta in una silhouette, in una costruzione sartoriale, in un dettaglio inatteso, nella citazione di un elemento storico del costume o in un accessorio. Non deve necessariamente arrivare attraverso uno slogan.
In questo senso il lavoro della SS27 appare più interessante quando lascia parlare gli abiti e meno quando costruisce intorno a loro un dispositivo comunicativo.
È il prodotto, alla fine, a dover dimostrare che il nuovo linguaggio funziona.
L’aristocratico su Marte
Prima del debutto, Messina e Rizzo avevano utilizzato un’immagine efficace per descrivere il cliente che avevano in mente: un aristocratico su Marte.
Una figura che conosce il lusso e la qualità, ma che non ha bisogno di prendere troppo sul serio le regole che li accompagnano. Una persona capace di indossare un capo sofisticato e contemporaneamente accettare l’assurdità di una borsa a forma di gatto o di una silhouette volutamente alterata.
È un’immagine che sintetizza bene la tensione che attraversa la collezione: lusso e gioco, costruzione e libertà, storia e contemporaneità.
La direzione può diventare interessante proprio se riuscirà a trasformare questa tensione in un’identità stabile, anziché in una serie di momenti.
Il primo capitolo
La Moschino SS27 non è quindi una collezione che cerca di cancellare il passato, né una collezione costruita per celebrarlo.
È un primo tentativo di capire quanto dell’attitudine di Franco Moschino possa essere trasferito nel presente senza ricorrere continuamente alla citazione.
La risposta più convincente arriva quando l’ironia è incorporata nel prodotto: quando il corpo viene alterato da una costruzione, quando un panier diventa parte della silhouette, quando un riferimento storico viene trasformato in un elemento contemporaneo, quando una borsa diventa un gatto senza perdere la sua funzione di accessorio.
È meno convincente, invece, quando l’attenzione rischia di spostarsi dal prodotto al dispositivo che lo presenta.
Perché il nuovo Moschino, soprattutto in questa fase, ha bisogno di qualcosa di più difficile di una provocazione riuscita: ha bisogno di una regola.
Una regola creativa capace di attraversare le stagioni, di diventare riconoscibile senza essere prevedibile, di produrre desiderio senza dipendere continuamente dall’effetto sorpresa.
Franco Moschino aveva costruito la propria forza proprio in questo modo. Dietro l’ironia c’era un sistema, dietro la battuta c’era un’idea della moda e dietro l’idea c’era un prodotto.
Rizzo e Messina hanno scelto di non copiarlo. Adesso devono dimostrare di averne davvero capito il metodo.
La SS27 è il primo capitolo. La vera prova sarà ciò che riuscirà a diventare il secondo.


