Daydreaming: il design che immagina altri mondi per trasformare il presente
Dal 12 al 18 aprile 2027, durante la Milano Design Week, BASE Milano torna a interrogare il ruolo del design come pratica di ricerca, sperimentazione e trasformazione culturale.
Il tema della prossima edizione di We Will Design è Daydreaming: un invito a immaginare possibilità alternative, mettere in discussione ciò che consideriamo inevitabile e dare forma a nuovi modi di abitare il mondo.
Cosa succede quando smettiamo, anche solo per un momento, di considerare la realtà come qualcosa di immutabile? Quando lasciamo spazio a immagini ancora indefinite, desideri non del tutto espressi e possibilità che non hanno ancora trovato una forma concreta?
È da queste domande che prende avvio il percorso verso We Will Design 2027, il programma con cui BASE Milano rinnova la propria ricerca sul design contemporaneo, scegliendo di esplorare il potenziale dell’immaginazione come strumento critico e collettivo.
Gli spazi di BASE torneranno a essere un laboratorio aperto durante la Milano Design Week: un luogo di incontro tra designer indipendenti, artisti, studi di ricerca, scuole, università e istituzioni internazionali, dove progetti inediti, prototipi e pratiche sperimentali possono trovare spazio, visibilità e occasioni di confronto. Un ecosistema che supera l’idea tradizionale di esposizione per mettere in relazione discipline, sensibilità e visioni differenti.
Per la nuova edizione, il tema scelto è Daydreaming, il fantasticare a occhi aperti. Un’espressione che, nel contesto di We Will Design, si allontana dall’idea di evasione individuale per assumere un significato più ampio: immaginare non significa sottrarsi alla realtà, ma riconoscerne i limiti, esplorare ciò che ancora non esiste e provare a renderlo possibile.
Daydreaming: quando immaginare diventa un atto progettuale
Nel linguaggio comune, sognare a occhi aperti è spesso associato a un momento di distrazione, a una parentesi privata in cui la mente si allontana dalle incombenze quotidiane. BASE Milano sceglie di ribaltare questa interpretazione, riconoscendo nel daydreaming una pratica capace di aprire spazi di libertà, elaborazione e cambiamento.
Immaginare un futuro diverso significa, prima di tutto, interrompere la sensazione che il presente sia l’unica realtà possibile. Vuol dire mettere in discussione modelli consolidati, abitudini, gerarchie e sistemi di relazione che tendiamo ad accettare come inevitabili. È in questo scarto tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere che il design trova uno dei suoi territori più interessanti.
Un metodo
La riflessione curatoriale di We Will Design 2027 considera l’immaginazione una pratica situata, condivisa e potenzialmente resistente. Non un esercizio astratto, separato dalle condizioni materiali in cui viviamo, ma una facoltà influenzata dagli ambienti che attraversiamo, dalle lingue che parliamo, dalle memorie che condividiamo e dalle strutture sociali ed economiche che definiscono le nostre possibilità.
Anche la capacità di desiderare, infatti, non è uguale per tutti.
Chi dispone del tempo e dello spazio necessari per immaginare un futuro alternativo? Quali visioni riescono a diventare condivise e riconoscibili, e quali restano confinate ai margini? Chi ha gli strumenti per trasformare un’intuizione in un progetto, un oggetto, un ambiente o una nuova forma di convivenza?
Sono interrogativi che spostano il discorso dal contenuto del sogno alle condizioni che permettono di sognare. Ed è proprio qui che entra in gioco il progetto. Non semplicemente come traduzione visiva di un’immagine immaginata, ma come possibilità di costruire gli spazi, gli oggetti, le tecnologie e le relazioni attraverso cui altre visioni del mondo possono emergere.
In questa prospettiva, il design non si limita a risolvere problemi già definiti. Può contribuire a individuare domande nuove, rendere percepibili scenari ancora marginali e sperimentare forme di vita che sfuggono alle logiche dominanti. Può lavorare sull’esistente per modificarne le regole, oppure costruire prototipi capaci di rendere tangibile un futuro ancora incerto.
Il daydreaming diventa così un metodo per spostare lo sguardo, riconoscere possibilità laterali e dare consistenza a ciò che, pur essendo già presente in forma fragile o incompleta, non è ancora riuscito a imporsi come alternativa credibile.
Dall’oscurità alla possibilità: la continuità della ricerca di BASE
Il tema del 2027 si inserisce nel percorso culturale avviato da BASE Milano con Hello Darkness, la ricerca sviluppata nel 2026 intorno all’invisibile, all’incertezza, alle paure e alle forze che sfuggono al controllo.
Se l’oscurità rappresentava un territorio da attraversare senza cancellarne le ambivalenze, Daydreaming sposta l’attenzione su ciò che può nascere proprio dentro quello spazio di indeterminatezza.
Che cosa accade quando accettiamo di restare nell’incertezza abbastanza a lungo da permettere l’emergere di altre immagini, altri desideri e altre forme di relazione?
La domanda non riguarda soltanto il futuro, ma anche il modo in cui osserviamo il presente. Spesso le alternative non devono essere inventate da zero: esistono già, disseminate in pratiche indipendenti, comunità informali, sperimentazioni artistiche, gesti quotidiani e relazioni che resistono ai modelli più convenzionali. Sono possibilità intermittenti, talvolta difficili da riconoscere, che il progetto può contribuire a portare in superficie.
È una prospettiva particolarmente significativa per il design contemporaneo, chiamato a confrontarsi con trasformazioni ambientali, tecnologiche e sociali che richiedono risposte capaci di andare oltre la semplice ottimizzazione dell’esistente.
In questo scenario, l’immaginazione non è un lusso né un esercizio di stile. Diventa una risorsa culturale e politica: permette di formulare alternative, di renderle condivisibili e di creare le condizioni affinché possano essere sperimentate.
Il passaggio da una visione individuale a una possibilità collettiva è centrale. Un sogno acquista una dimensione pubblica quando viene raccontato, rappresentato, discusso e trasformato in qualcosa che altre persone possono riconoscere come proprio. Parole, immagini, gesti, oggetti e spazi diventano strumenti attraverso cui l’immaginazione si traduce in conoscenza condivisa.
È in questa tensione tra desiderio e possibilità concreta che We Will Design individua il potenziale del progetto: non illustrare mondi ideali, ma sperimentare i modi in cui mondi differenti possono cominciare a prendere forma.
Quattro territori per immaginare il possibile
La cornice curatoriale di Daydreaming si articola in quattro direzioni di ricerca, pensate come altrettanti campi di intervento sulle condizioni che rendono possibile immaginare e costruire alternative.
Non categorie rigide, ma territori aperti, capaci di accogliere linguaggi progettuali differenti e di mettere in relazione dimensioni sociali, tecnologiche, ecologiche e corporee.
Dreaming Commons – L’immaginazione come bene comune
Il primo ambito affronta il sogno come infrastruttura condivisa, anziché come rifugio individuale. Se immaginare un futuro richiede tempo, spazio, strumenti e possibilità di espressione, come rendere queste risorse accessibili a una comunità più ampia?
Il progetto può diventare un dispositivo di partecipazione, capace di aprire nuovi spazi di confronto e di dare voce a chi normalmente resta escluso dai processi decisionali. Scuole, quartieri, luoghi di lavoro e contesti urbani diventano possibili laboratori in cui costruire visioni collettive.
In questa prospettiva, il design non si limita a produrre oggetti, ma progetta occasioni di incontro, strumenti di collaborazione e modalità attraverso cui persone diverse possono contribuire a immaginare il proprio futuro. Il sogno smette di essere un privilegio privato e diventa una risorsa da condividere e redistribuire.
Synthetic Reveries – Tra desideri umani e intelligenza artificiale
Il secondo territorio indaga il confine sempre più sottile tra ciò che desideriamo e ciò che gli algoritmi prevedono che potremmo desiderare.
In un contesto in cui le tecnologie digitali anticipano preferenze, suggeriscono contenuti e orientano le nostre scelte, diventa necessario interrogarsi su quanto spazio rimanga per l’imprevisto. Possiamo ancora desiderare qualcosa che non sia già stato previsto, classificato o suggerito da un sistema?
Attraverso oggetti speculativi, interfacce sperimentali, prototipi e pratiche di design fiction, questa linea di ricerca invita a esplorare futuri non ottimizzati, comportamenti inattesi e forme di immaginazione che resistono alla previsione algoritmica.
La questione non è soltanto tecnologica. Riguarda il rapporto tra autonomia e controllo, tra desiderio e profilazione, tra la libertà di immaginare e la tendenza dei sistemi digitali a ricondurre il possibile a ciò che appare più probabile.
Il design può rendere visibile questa tensione, costruendo esperienze che aiutino a distinguere ciò che scegliamo da ciò che viene anticipato per noi.
Other Ecologies – Progettare relazioni oltre l’umano
Il terzo ambito allarga lo sguardo alle relazioni con la materia, il territorio e le forme di vita non umane. Non si tratta di immaginare un’ecologia ideale, ma di riconoscere le coesistenze che esistono già intorno a noi e che spesso rimangono marginali rispetto ai sistemi tradizionali della progettazione.
Pratiche di cura del territorio, oggetti capaci di includere altre forme di vita, infrastrutture attente agli equilibri ambientali e sperimentazioni che valorizzano materiali e risorse locali possono diventare strumenti per ripensare il rapporto tra esseri umani e ambiente.
In questa direzione, il design è chiamato a superare una visione esclusivamente antropocentrica, considerando il progetto come parte di sistemi più ampi, in cui ogni intervento modifica relazioni, equilibri e possibilità di coesistenza.
L’immaginazione diventa quindi un modo per riconoscere ecologie già presenti, rafforzare legami fragili e costruire forme di attenzione verso ciò che normalmente resta fuori dal campo visivo della progettazione.
Soft Revolution – Il corpo come spazio di trasformazione
Il quarto territorio parte dalla dimensione più intima dell’esperienza: il corpo, il desiderio, il piacere, la vulnerabilità e le relazioni affettive.
Gli oggetti che utilizziamo, gli ambienti che abitiamo e le interfacce con cui interagiamo contribuiscono a definire il modo in cui percepiamo noi stessi e gli altri. Il design partecipa così alla costruzione di norme, abitudini e comportamenti, ma può anche diventare uno strumento per metterli in discussione.
Soft Revolution apre uno spazio di ricerca che attraversa body design, tessuti e materiali, tecnologie indossabili, arredi, progettazione degli ambienti, esperienze sensoriali e dispositivi dedicati alla cura e al benessere.
La rivoluzione evocata dal tema non è necessariamente rumorosa o spettacolare. Può iniziare da un cambiamento nella percezione, da una diversa esperienza dell’intimità, da un oggetto che modifica il rapporto con il proprio corpo o da uno spazio che rende possibili nuove forme di vicinanza.
È un invito a considerare la dimensione sensibile come un territorio di progetto e trasformazione, in cui anche i gesti più personali possono contribuire a ridefinire il modo in cui viviamo insieme.
BASE Milano, un laboratorio aperto sul design contemporaneo
La ricerca curatoriale acquista significato anche grazie al contesto in cui prende forma. BASE Milano è un centro culturale indipendente che lavora all’incrocio tra design, arte, tecnologia, cultura e trasformazione sociale. La sua programmazione si sviluppa attraverso mostre, residenze, incontri, workshop, performance e progetti collaborativi, costruendo occasioni di confronto tra professionisti, ricercatori e pubblico.
Durante la Milano Design Week, questo approccio trova in We Will Design una delle sue espressioni più riconoscibili. Gli spazi dell’ex Ansaldo, con circa 12.000 metri quadrati a disposizione, diventano un ambiente di sperimentazione in cui convivono ricerche emergenti, progetti indipendenti e collaborazioni internazionali.
Il valore della piattaforma non risiede soltanto nella possibilità di presentare un progetto durante uno degli appuntamenti più importanti per il design internazionale. Risiede soprattutto nella costruzione di un contesto in cui il lavoro in corso può essere mostrato, discusso e messo in relazione con altre esperienze.
Prototipi non ancora definitivi, intuizioni materiali, installazioni, ricerche speculative e processi aperti trovano qui uno spazio in cui il progetto non deve necessariamente presentarsi come un risultato concluso. Al contrario, la sua dimensione sperimentale diventa parte integrante dell’esperienza.
È un approccio che riconosce il valore del processo, dell’errore e della possibilità di cambiare direzione. Un progetto può essere interessante non soltanto per ciò che risolve, ma anche per le domande che solleva, per le relazioni che attiva e per gli scenari che rende immaginabili.
Nel corso delle edizioni precedenti, We Will Design ha coinvolto designer emergenti, studi indipendenti, artisti, scuole e istituzioni, costruendo una rete di esperienze che attraversa discipline e provenienze differenti. Una comunità che contribuisce a definire il carattere di BASE come luogo di produzione culturale, oltre che di esposizione.
Il design non come risposta, ma come possibilità
Daydreaming propone una riflessione che va oltre la dimensione formale del progetto. In un momento storico in cui l’innovazione viene spesso misurata in termini di velocità, prestazione ed efficienza, concedere spazio all’immaginazione significa riaprire il campo delle possibilità.
Non tutto ciò che è progettato deve necessariamente rispondere a una funzione immediata. Alcuni progetti servono a formulare domande, altri a mettere in crisi abitudini consolidate, altri ancora a rendere visibili desideri collettivi che non hanno ancora trovato strumenti adeguati per esprimersi.
La dimensione speculativa del design assume così un ruolo importante: attraverso scenari ipotetici, oggetti inattesi e nuove configurazioni dello spazio, il progetto può anticipare questioni che la società non ha ancora affrontato pienamente. Non per prevedere il futuro, ma per moltiplicare i futuri che siamo in grado di immaginare.
Questo significa anche riconoscere che nessuna visione nasce in modo completamente autonomo. Le immagini che costruiamo sono influenzate dai luoghi in cui viviamo, dalle tecnologie che utilizziamo, dalle risorse a cui abbiamo accesso e dalle relazioni che coltiviamo. Immaginare altri mondi richiede quindi di interrogarsi anche sulle condizioni che rendono alcune possibilità accessibili e altre quasi impensabili.
Il design può intervenire proprio su queste condizioni, costruendo ambienti più aperti, strumenti più inclusivi e relazioni capaci di accogliere punti di vista differenti. Può trasformare l’immaginazione in un’esperienza condivisa, in un oggetto da toccare, in uno spazio da attraversare o in una pratica da sperimentare insieme.
Verso We Will Design 2027
Il viaggio verso We Will Design 2027 è appena cominciato. Nei prossimi mesi, Daydreaming accompagnerà l’avvicinamento alla Milano Design Week, delineando una cornice culturale destinata a incontrare progetti, persone e ricerche capaci di interpretare il tema attraverso prospettive differenti.
Dal 12 al 18 aprile 2027, BASE Milano tornerà a essere un punto di incontro per chi considera il design non soltanto una disciplina produttiva, ma anche uno strumento per leggere il presente e immaginare ciò che potrebbe venire dopo.
La sfida sarà dare forma a possibilità ancora incerte, mettere in relazione visioni individuali e desideri collettivi, riconoscere alternative già esistenti e sperimentare modi diversi di abitare gli spazi, le tecnologie, i territori e le relazioni.
Daydreaming non invita a fuggire dalla realtà. Invita a guardarla da una prospettiva diversa, sospendendo per un momento le risposte già disponibili per lasciare emergere nuove domande.
Perché immaginare non significa necessariamente allontanarsi da ciò che esiste. A volte significa riconoscere, proprio dentro il presente, le tracce di qualcosa che potrebbe diventare possibile.
E se il design fosse anche questo: non dare soltanto forma al mondo che conosciamo, ma creare le condizioni perché altri mondi possano essere immaginati, condivisi e, un giorno, abitati?


