LANZA atelier e la logica del muro curvo: quando la costruzione diventa sistema percettivo, economia materiale e infrastruttura sociale dello spazio pubblico
Il Serpentine Pavilion 2026, inaugurato il 6 giugno nei Kensington Gardens di Londra e visitabile fino al 25 ottobre, è firmato da LANZA atelier, studio fondato da Isabel Abascal e Alessandro Arienzo.
L’intervento segna i 25 anni della commissione della Serpentine Gallery e si inserisce nella tradizione dei padiglioni estivi come campo di sperimentazione architettonica internazionale.
Il progetto si basa su una reinterpretazione sistemica del muro crinkle-crankle inglese: una tipologia storica che utilizza la curvatura per aumentare stabilità e ridurre il materiale.
LANZA atelier ne trasforma la logica in struttura spaziale continua, dove il muro non è più limite ma dispositivo di relazione. Il risultato è un’architettura porosa, non gerarchica, che sostituisce l’oggetto iconico con una sequenza di condizioni spaziali.
Dalla tipologia vernacolare inglese a principio generativo di una struttura spaziale basata su economia, stabilità e continuità
Il punto di partenza del progetto è il muro crinkle-crankle, una struttura in mattoni diffusa nei giardini inglesi che sfrutta la curvatura per aumentare la stabilità laterale riducendo il fabbisogno di materiale.
In questa tipologia, la forma non è decorativa ma strutturale. La curva non è un gesto estetico, ma una conseguenza diretta della necessità costruttiva.
LANZA atelier non riprende questa forma come citazione storica, ma ne attiva la logica. Il crinkle-crankle diventa un principio operativo che organizza l’intero padiglione: il muro non separa, ma distribuisce forze; non delimita, ma costruisce continuità spaziale.
Questa scelta introduce una riflessione più ampia sul ruolo delle tecniche vernacolari nell’architettura contemporanea, non come repertorio formale, ma come sistemi ancora attivi di intelligenza costruttiva.
Una sequenza di curvature, interruzioni e densità variabili che sostituisce la stanza come elemento organizzativo dello spazio architettonico
Nel padiglione il muro non è un elemento perimetrale, ma la vera unità generativa del progetto.
Non esistono stanze nel senso tradizionale. Esistono sequenze di muro che si piega, si apre, si interrompe e si ricompone. Ogni variazione produce una condizione spaziale diversa, ma non gerarchica.
Questo spostamento è decisivo: la grammatica dell’architettura non è più basata su spazi definiti e separati, ma su transizioni continue.
Il risultato è un ambiente in cui il visitatore non attraversa ambienti distinti, ma un unico sistema che cambia gradualmente densità, luce e direzione.
La costruzione del ritmo attraverso la serialità del materiale e la visibilità del processo costruttivo
Il mattone è il materiale centrale del progetto, ma il suo ruolo non è espressivo in senso decorativo.
La sua funzione è strutturale e logica. Ogni mattone è parte di un sistema ripetitivo che costruisce il ritmo dell’intero padiglione.
La ripetizione, in questo caso, non produce uniformità ma variazione controllata. È la relazione tra elementi identici a generare complessità spaziale.
La scelta di lasciare la struttura completamente leggibile, senza rivestimenti o occultamenti, trasforma il padiglione in un dispositivo didattico implicito: l’architettura mostra come è fatta, e in questo gesto rende evidente il legame tra costruzione e spazio.
La dissoluzione controllata del confine tra interno ed esterno attraverso la modulazione del vuoto e della densità
Uno degli aspetti più rilevanti del progetto è la costruzione di una porosità sistematica.
Il muro non è mai continuo. È sempre attraversato da interruzioni, varchi, variazioni di spessore e cambi di direzione che impediscono la formazione di un confine netto.
Questa condizione produce una dissoluzione controllata della distinzione tra interno ed esterno.
Non si tratta di trasparenza visiva, ma di una permeabilità spaziale: il parco entra nel padiglione e il padiglione si espande nel parco senza soluzione di continuità.
Il risultato è uno spazio che non isola, ma filtra.
Una copertura leggera che non chiude lo spazio ma lo trasforma in una sequenza di atmosfere variabili durante la giornata
La copertura traslucida svolge un ruolo fondamentale nella costruzione dell’esperienza spaziale.
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