Diane von Furstenberg SS27

Debutta Henry Zankov: leggerezza, colore e la donna che sceglie come sedurre

Il problema, quando si eredita una maison come Diane von Furstenberg, non è trovare qualcosa di nuovo. È capire quanto del nuovo sia davvero necessario.

Il wrap dress è uno dei pochi oggetti della moda contemporanea che non hanno bisogno di essere aggiornati. Ha già attraversato il femminismo, il glamour, la celebrity culture, il mass market e la moda di lusso. È diventato un segno prima ancora che un prodotto. Provare a reinventarlo significherebbe, in qualche modo, non averne compreso la forza.

Henry Zankov sembra partire esattamente da qui.

Per il suo debutto come direttore creativo di Diane von Furstenberg, presentato sulla High Line di New York al ritorno della maison nel calendario della Fashion Week dopo quasi dieci anni, non cerca una nuova Diane. Cerca ciò che rende ancora contemporaneo il principio Diane.

E individua quel principio non nell’abito portafoglio in sé, ma nel rapporto tra tessuto e corpo: l’incrocio, l’avvolgimento, lo sbieco, il drappeggio, la possibilità di vestirsi senza costruire una gabbia intorno alla silhouette.

È una distinzione fondamentale. E permette alla collezione di evitare, almeno nei suoi momenti migliori, l’operazione più prevedibile che un nuovo direttore creativo possa fare su una maison storica: trasformare l’archivio in una collezione di citazioni.

Non rifare il wrap dress, ma capirne la grammatica

Zankov conosce DVF dall’interno. Ci ha lavorato dal 2014 al 2018 nella maglieria, prima di fondare il proprio marchio, diventato una delle espressioni più interessanti della nuova scena newyorkese proprio per l’uso del colore, delle superfici e della maglieria.

Il suo ingresso nella maison non è quindi quello di un designer chiamato a decodificare un archivio che non gli appartiene.

E questo si vede.

Il wrap dress compare, ma non domina la collezione come reliquia. La sua grammatica viene disseminata altrove: nei top incrociati, nelle costruzioni che si avvolgono sul busto, nelle gonne costruite per sovrapposizione, nei drappeggi di chiffon, negli abiti tagliati in sbieco.

È il gesto del wrap a interessare Zankov più del wrap dress.

Una scelta intelligente perché sposta la discussione dal prodotto all’idea.

Il risultato non è una nuova versione dell’icona, ma una collezione che prova a capire perché quell’icona abbia funzionato così bene: perché permetteva al corpo di essere parte della costruzione dell’abito.

La silhouette non viene disegnata: viene lasciata accadere

È qui che la collezione diventa più interessante.

Le silhouette sono lunghe, slanciate, spesso attraversate da strati trasparenti o da superfici che sembrano cambiare posizione durante il movimento. Lo chiffon e il jersey non definiscono semplicemente il corpo: reagiscono al corpo.

La differenza può sembrare sottile, ma è precisamente il territorio storico di Diane von Furstenberg.

Il vestito non deve trasformare la donna in una silhouette ideale. Deve funzionare mentre cammina, mentre si siede, mentre balla, mentre attraversa una stanza.

La sfilata sulla High Line amplifica questa qualità. Il vento entra fisicamente nella collezione: solleva, sposta, apre i tessuti. Gli abiti sembrano quasi completarsi soltanto quando sono in movimento.

Zankov parla di body language. Non è una formula promozionale particolarmente nuova, ma in questo caso è leggibile nella costruzione stessa dei look.

La seduzione non viene affidata alla quantità di pelle esposta. Viene affidata a ciò che il tessuto lascia intravedere mentre si muove.

Il colore è il vero elemento di rottura

Se il rapporto con il corpo mantiene un legame diretto con l’eredità DVF, è nel colore che Zankov porta con maggiore evidenza il proprio codice.

E qui la collezione diventa molto meno nostalgica.

Viola, verde, giallo, rosa, rosso e blu vengono accostati con una certa brutalità cromatica. Non c’è l’intenzione di costruire una palette elegante nel senso tradizionale del termine. Il colore viene utilizzato come struttura, quasi come se fosse un elemento architettonico che divide e ricompone il corpo.

È anche il punto in cui emerge maggiormente la provenienza del designer.

Il suo lavoro con Zankov ha sempre avuto nel colore e nella maglieria due dei propri strumenti principali. Portarli dentro DVF significa modificare la gerarchia del marchio: la stampa non è più l’unico elemento capace di produrre energia; il colore diventa una superficie autonoma.

Questo rende la collezione più contemporanea senza obbligarla a diventare minimalista.

È una scelta importante.

Perché il rischio, oggi, per una maison storicamente associata a stampe e sensualità, sarebbe reagire alla propria storia attraverso la sottrazione: meno colore, meno decorazione, silhouette più pulite, una generica idea di lusso contemporaneo.

Zankov fa esattamente il contrario.

Non riduce DVF. La espande.

L’animalier non è nostalgia

Anche l’animalier torna, ma la questione non è semplicemente la presenza della stampa.

Il punto è come viene utilizzata.

Una stampa zebra può entrare in dialogo con un blouson floreale rosa e giallo. Un trench animalier può incontrare collant saturi. Le superfici non cercano armonia, ma attrito.

È una strategia che appartiene tanto alla storia di DVF quanto al linguaggio personale di Zankov: mettere insieme elementi che, presi singolarmente, hanno un’identità molto forte e vedere cosa succede quando smettono di obbedire alle regole dell’abbinamento.

Il risultato migliore non è dunque il singolo look, ma la tensione tra i look.

La collezione costruisce un ritmo per contrasti: opaco e lucido, trasparente e compatto, aderente e fluido, stampa e colore pieno, pelle e tessuto.

È qui che il maximalismo di Zankov trova una misura.

Non nella quantità di elementi, ma nella loro capacità di entrare in collisione.

Una sensualità senza nostalgia

Il riferimento agli anni Settanta è inevitabile. Ma definirla semplicemente una collezione “70s” sarebbe riduttivo.

Ci sono gli abiti-foulard, le gambe lunghe, i colori saturi, l’animalier, il glamour che inevitabilmente appartiene alla storia di Diane e alla cultura dello Studio 54.

Ma Zankov non sembra interessato alla ricostruzione dell’epoca.

Piuttosto, recupera una cosa che gli anni Settanta avevano capito molto bene: la sensualità può essere un atteggiamento prima che un codice estetico.

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