Si apre il secondo giorno della Milano Fashion Week: Maria Grazia Chiuri porta Fendi dentro il corpo, la sensualità e la libertà di Raffaella Carrà
Milano, 23 settembre 2026. La seconda giornata della Milano Fashion Week SS27 comincia con Fendi. Alle 14.00, a via Solari 35, Maria Grazia Chiuri presenta la sua nuova collezione per la Maison romana: il secondo capitolo di un rapporto che, dopo il debutto della stagione precedente, comincia ora a definire più chiaramente la propria grammatica.
Prima ancora che le modelle entrino in passerella, però, Fendi ha già indicato una direzione.
Non attraverso una palette, una silhouette o un’immagine di campagna, ma attraverso due riferimenti culturali apparentemente lontanissimi: E.E. Cummings e Raffaella Carrà.
Da una parte una poesia americana che parla del corpo attraverso la relazione con un altro corpo. Dall’altra una delle più potenti icone della cultura pop italiana, il suo modo di stare in scena, di muoversi, di occupare lo spazio.
Due linguaggi diversi per parlare della stessa cosa: il corpo quando smette di essere una forma da controllare e diventa una forma da vivere.
La diretta della sfilata di Fendi SS27 a Milano
“I like my body when it is with your”
Il verso di E.E. Cummings scelto da Chiuri — “i like my body when it is with your” — non è una semplice citazione letteraria.
È la chiave attraverso cui leggere la collezione.
Il corpo, nella visione della designer, non esiste mai davvero da solo. Esiste in rapporto agli altri, alla distanza tra i corpi, allo spazio che occupa, alla persona che lo guarda e a quella che gli sta accanto.
E soprattutto esiste attraverso ciò che indossa. L’abito diventa così una seconda pelle, porosa, sensibile, capace di registrare le emozioni e di accompagnare il corpo anziché costringerlo.
È qui che la parola intimità assume un significato preciso.
Non l’intimità come qualcosa di nascosto, ma come ciò che è più vicino al corpo. La moda parte dalla pelle, la accompagna, la scopre, la copre, la segue nel movimento.
Chiuri sembra dunque guardare alla sensualità non come a una costruzione artificiale, ma come a una conseguenza naturale del rapporto tra corpo e abito.
Una sensualità meno dichiarata e più fisica.
Più vicina alla pelle che all’immagine.
Dall’intimo alla superficie: pizzi, ricami e trasparenze
Il punto di partenza concreto della collezione è l’intimo, pensato tanto per il corpo femminile quanto per quello maschile.
Non viene però semplicemente mostrato: viene sovrapposto, trasformato, lasciato intravedere.
La lingerie diventa un dispositivo attraverso cui costruire una moda fatta di livelli, dove ciò che dovrebbe stare sotto conquista progressivamente la superficie.
Pizzi, ricami e intarsi emergono attraverso sovrapposizioni leggere, in un gioco continuo tra ciò che il vestito cela e ciò che permette di vedere. La materia si fa sensibile, mentre una palette cromatica ricca allontana l’intimo dalla dimensione puramente privata e lo trasforma in un elemento dichiaratamente fashion.
È una delle idee più interessanti della collezione: non esiste più una gerarchia netta tra dentro e fuori, tra lingerie e abito, tra ciò che appartiene all’intimità e ciò che appartiene allo spazio pubblico.
Il corpo passa attraverso questi confini senza rispettarli.
Raffaella Carrà, lo specchio di una generazione
Poi arriva Raffaella.
Nei riferimenti visivi di Fendi compare una delle immagini più iconiche della televisione italiana: Raffaella Carrà e Adriano Celentano, “Prisencolinensinainciusol”, “Milleluci”, 1974.
Carrà è circondata da specchi e ballerini. Il corpo attraversa la scena, accelera, cambia direzione. La coreografia diventa una costruzione collettiva nella quale ogni corpo entra in relazione con gli altri.
Ma è soprattutto Carrà a dominare lo spazio.
Non perché sia immobile al centro, ma per il contrario: perché si muove.
Il suo corpo è energia, ritmo, ironia, sensualità.
È un corpo perfettamente consapevole della propria immagine e, nello stesso tempo, completamente libero di giocare con essa.
Per Chiuri, Carrà appartiene a quella generazione di icone italiane degli anni Settanta che hanno contribuito a costruire “un nuovo modo di poter essere”, regalando una nuova idea di libertà del corpo.
Accanto a lei c’è Adriano Celentano, ricordato dalla designer come “il primo uomo a rappresentare in Italia la sensualità maschile”.
Non è quindi soltanto una celebrazione nostalgica della televisione italiana.
È il recupero di un momento nel quale maschile e femminile cominciavano a sottrarsi alle gerarchie tradizionali, attraverso la musica, la televisione, il ballo e la moda.
Chiuri parla di una ribellione quasi domestica, “familiare, un modo nuovo di essere che ci apparteneva”.
È difficile immaginare una reference più precisa per una collezione che vuole interrogarsi sulla libertà del corpo.
Il teatro degli specchi
L’immaginario di Carrà non rimane confinato alla musica o alla memoria televisiva.
Entra direttamente nello spazio della sfilata.
Gli specchi moltiplicano i corpi e trasformano la passerella in un vero “teatro degli specchi”, dove l’immagine individuale viene continuamente restituita attraverso quella degli altri.
Il riferimento artistico è Luciano Fabro e il suo Cubo di specchi, opera che diventa una chiave scenografica per costruire un ambiente immersivo.
Lo spettatore non osserva semplicemente il corpo degli altri.
Si ritrova dentro il sistema di riflessi.
E qui il tema della collezione torna al punto di partenza: il corpo non è mai soltanto individuale, ma esiste nella relazione.
Chiuri lega questa idea anche a un’esperienza molto concreta della propria generazione: la discoteca.
Un luogo che, prima dell’iperconnessione digitale, significava incontro fisico, movimento, prossimità.
“La discoteca era il luogo di libertà e di incontri, il posto dove poter ballare ma soprattutto poter ritrovare un contatto con gli altri”, racconta la designer.
Una dimensione del contatto che oggi, secondo Chiuri, abbiamo in parte perduto.
Fendi prova allora a ricostruirla attraverso la moda: corpi che si incontrano, si riflettono, si sfiorano e si trasformano reciprocamente.
Il corpo non è una silhouette
È una differenza importante.
La moda ha spesso raccontato il corpo attraverso la silhouette: lo stringe, lo allunga, lo modifica, lo costruisce.
Chiuri sembra invece interessata a ciò che accade quando il corpo si muove dentro la silhouette.
È una prospettiva diversa.
L’abito non deve necessariamente dominare il corpo. Può seguirlo.
Può aprirsi mentre cammina. Può lasciarlo scoperto. Può aderire alla pelle e poi allontanarsene.
Può creare una distanza tra ciò che si vede e ciò che si immagina.
La sensualità, quindi, non è necessariamente nel nudo. È nella possibilità di percepire il corpo sotto il vestito.
È nel movimento. È nella relazione.
Una moda senza gerarchie
Questa libertà passa anche dalla costruzione dei capi.
La SS27 di Fendi lavora sulla fluidità e sull’abbattimento delle gerarchie tra maschile e femminile. I corpi si mescolano così come si mescolano tessuti, lunghezze e codici.
La collezione procede per contrasti.
Il lucido incontra l’opaco, il leggero dialoga con il pesante, la seta entra in rapporto con le stampe maculate. Il velluto incontra la pergamena, mentre la tradizionale giacca da camera viene ripensata per l’outdoor.
Sono associazioni che spostano continuamente un capo dal proprio territorio naturale.
L’intimo può diventare abito.
La giacca da camera può uscire dalla casa.
Il maschile può assumere una sensualità tradizionalmente attribuita al femminile.
Il femminile può appropriarsi di codici più duri e funzionali.
A chiudere questa tensione tra eleganza e ribellione arrivano preziose scarpe gioiello, capaci di portare nella collezione una dimensione quasi punk-borghese.
Il risultato non è una celebrazione di un singolo tipo di corpo, ma una proposta in cui uomini e donne condividono lo stesso spazio estetico e la stessa libertà di interpretazione.
Fendi e il ritorno alle proprie radici
C’è poi una dimensione profondamente romana in questa collezione.
Maria Grazia Chiuri torna a Fendi dopo una lunga esperienza internazionale e porta con sé un rapporto personale con la storia della Maison.
Il suo passato in Fendi risale agli anni in cui la casa romana era ancora fortemente legata alla presenza delle cinque sorelle Fendi e a quella straordinaria stagione creativa che avrebbe trasformato la pelliccia, l’artigianato e il lusso romano in un linguaggio internazionale.
Oggi Chiuri torna in quella stessa storia senza tentare di replicarla.
Il suo lavoro sembra piuttosto interrogare cosa significhi essere Fendi nel presente.
E la risposta passa anche attraverso la femminilità.
Non una femminilità unica, prescritta o codificata, ma una pluralità di modi di abitare il proprio corpo.
Il ritorno alle proprie radici diventa per Chiuri anche un ritorno a Roma, la città “dove tutto è cominciato”, e a un patrimonio culturale che la designer sente oggi come una nuova fonte di energia.
Carrà, Celentano, la discoteca, gli anni Settanta: non sono semplici citazioni decorative.
Sono frammenti di una cultura italiana che Chiuri rilegge come parte del DNA della Maison e come materia viva per costruire il presente.
Via Solari 35: quando il luogo diventa moda
La scelta della sede aggiunge un ulteriore livello al racconto.
La sfilata si svolge a via Solari 35, il quartier generale milanese di Fendi, un edificio dalla storia industriale singolare che nel tempo è stato fabbrica, atelier e oggi spazio della Maison.
Fendi lo ha trasformato senza cancellarne la memoria.
Restano le strutture industriali, i mattoni, il metallo, le grandi superfici vetrate e quella dimensione quasi monumentale dello spazio.
All’interno convivono showroom, atelier, uffici e una show area di circa 1.650 metri quadrati.
Un’architettura che non cerca di nascondere il proprio passato industriale, ma lo utilizza come parte della propria identità.
È dentro questo spazio che il teatro degli specchi acquista una particolare forza: l’architettura industriale diventa il contenitore di una riflessione sul corpo, sulla memoria e sul rapporto con gli altri.
Una collezione sulla vicinanza
La SS27 di Fendi si può leggere attraverso una parola: vicinanza. È la distanza minima tra il corpo e l’abito, quella in cui la moda smette di essere superficie e diventa esperienza. È la prossimità tra un corpo e un altro, tra chi guarda e chi viene guardato, tra identità diverse che condividono lo stesso spazio.
Ma è anche una vicinanza nel tempo. Il presente di Fendi si avvicina alla sua memoria romana, la cultura degli anni Settanta torna a dialogare con il presente, la moda incontra la televisione, la poesia e l’arte.
Cummings parla del corpo nella relazione con l’altro. Raffaella Carrà e Adriano Celentano trasformano il corpo in movimento, spettacolo e libertà. Luciano Fabro lo restituisce attraverso lo specchio, moltiplicandolo nello spazio.
Sono riferimenti apparentemente lontani che Fendi avvicina fino a farli dialogare.
Perché il corpo, in questa collezione, non è mai un’entità isolata: esiste nella distanza — o nella sua assenza — tra sé e l’altro, tra il corpo e l’abito, tra ciò che siamo e ciò che scegliamo di mostrare.
La vicinanza diventa così non soltanto un tema, ma una condizione della moda stessa: il luogo in cui il corpo incontra l’altro, lo spazio e la propria immagine.
Fendi SS27, il secondo capitolo di Maria Grazia Chiuri
La seconda prova di Maria Grazia Chiuri per Fendi arriva quindi con una domanda precisa.
Come si può raccontare oggi la femminilità senza tornare a imporle una forma?
La risposta della designer sembra passare dal movimento.
Dal corpo reale.
Dalla sensualità come esperienza e non come costruzione.
Da una moda capace di lasciare spazio alla persona che la indossa.
La risposta passa anche dalla possibilità di eliminare le gerarchie: tra intimo e abito, maschile e femminile, privato e pubblico, passato e presente.
Raffaella Carrà entra in questo racconto come una presenza luminosa: non un’immagine da copiare, ma una donna che ha saputo trasformare il proprio corpo in un linguaggio.
Cummings aggiunge la dimensione della relazione.
Fabro introduce lo specchio come dispositivo attraverso cui guardare se stessi attraverso l’altro.
La cultura italiana degli anni Settanta restituisce invece una memoria di libertà, movimento e incontro.
Fendi mette insieme tutto.
E lo fa attraverso una collezione che parte dalla pelle per arrivare alla società, passando attraverso la moda.
Perché il vero tema della Fendi SS27, prima ancora di essere una collezione, sembra essere proprio questo:
come vestirsi quando il corpo non vuole più essere contenuto, ma vissuto.


