Il ritorno dell’incanto: quando la couture riscopre la fiaba
La prima collezione Haute Couture di Matthieu Blazy per Chanel non si presenta come un debutto, ma come una dichiarazione metodologica. Non c’è l’urgenza di stupire, né il bisogno di rassicurare attraverso l’archivio. Blazy sceglie una strada più complessa e meno immediata: utilizza la couture come strumento di progetto, non come vetrina di virtuosismo. Il risultato è una collezione che non cerca l’applauso istantaneo, ma lavora per sedimentazione, chiedendo allo spettatore un tempo di osservazione più lungo, quasi contemplativo.
Nel panorama attuale dell’alta moda – spesso oscillante tra spettacolarizzazione e nostalgia – Chanel SS26 si colloca in una posizione laterale ma estremamente lucida. È couture che non alza la voce, che non monumentalizza il gesto creativo, ma che prova a ridefinire il senso stesso del fare couture oggi: non più apice autoreferenziale del sistema moda, bensì luogo di pensiero, di sperimentazione sulla materia e sulla narrazione.
Il Grand Palais come spazio concettuale, non scenografico
La scelta di trasformare il Grand Palais in una radura fiabesca, popolata da salici e funghi sovradimensionati, potrebbe facilmente scivolare nel decorativismo. Ma Blazy evita la trappola. Il décor non è un esercizio di stile, bensì un’estensione concettuale della collezione.
La natura evocata non è realistica, né romantica: è mentale, filtrata, simbolica. Una natura costruita, artificiale, come la couture stessa.
In questo senso, l’ambientazione funziona come dichiarazione di poetica: la couture come spazio sospeso, sottratto alla logica dell’urgenza e della performance. Un luogo in cui è possibile rallentare, osservare, ascoltare. È una posizione controcorrente rispetto allo spettacolo iperbolico che ha dominato molte stagioni recenti dell’alta moda.
Il fungo: dispositivo simbolico e chiave di lettura
Il fungo, elemento ricorrente e insistito, è il vero perno concettuale della collezione. Non un semplice motivo iconografico, ma un dispositivo simbolico estremamente sofisticato. Organismo ambiguo per definizione, il fungo vive nell’ombra, cresce in silenzio, si manifesta improvvisamente. È fragile e potente allo stesso tempo. Tossico o salvifico. Innocente o allucinatorio.
Blazy utilizza questa ambivalenza per parlare della couture contemporanea: un sapere antico che rischia l’invisibilità, ma che può ancora generare stupore se messo nelle giuste condizioni. Il riferimento all’immaginario di Gabrielle Chanel e alle incursioni di Karl Lagerfeld negli anni Novanta non è mai citazionista. Il fungo non è nostalgia, ma metafora di rigenerazione. È il segno di una couture che non vuole brillare per accumulo, ma per trasformazione.
La leggerezza come atto progettuale
Il concetto di leggerezza, parola chiave della collezione, non va inteso in senso estetico, bensì strutturale. Blazy lavora per sottrazione, alleggerendo la materia fino a renderla quasi impercettibile, per poi innestarvi sopra un lavoro artigianale di altissimo livello. È un approccio radicale, perché rinuncia all’effetto “peso” spesso associato alla couture – fisico, visivo, simbolico.
I tessuti sono impalpabili, spesso trasparenti, e diventano superfici di sperimentazione. Ricami, perle, applicazioni e sequins non costruiscono volume, ma disegnano traiettorie sul corpo. La couture, qui, non modella: accompagna. Non impone una forma, ma ne suggerisce il movimento. È un cambio di paradigma rilevante per una Maison storicamente legata alla struttura e alla definizione della silhouette.
Il tailleur Chanel: da icona a linguaggio
Il lavoro sul tailleur è probabilmente l’aspetto più interessante – e rischioso – dell’intera collezione. Blazy non lo decostruisce in senso avanguardistico, né lo ripropone come reliquia. Lo trasforma in linguaggio.
Il tweed viene alleggerito, traslato, talvolta solo evocato. Le proporzioni si fanno più morbide, le trasparenze introducono una dimensione di vulnerabilità che raramente appartiene al vocabolario Chanel.
In questo contesto, il tailleur perde la sua funzione di simbolo di autorità per diventare strumento di espressione individuale. È una scelta politica, oltre che estetica, che parla di un nuovo modo di intendere l’eleganza: meno performativa, più intima.
Natura, anni Venti e ibridazione formale
Le suggestioni che attraversano la collezione – gli anni Venti, la natura, il mondo animale – non vengono mai trattate in modo letterale. Sono filtri, non temi.
Le piume, ad esempio, non imitano la forma naturale, ma ne traducono l’idea di leggerezza e movimento attraverso ricami e trompe-l’œil. Le figure che emergono in passerella sono ibride, sospese, lontane da qualsiasi stereotipo di femminilità codificata.
Il casting, volutamente non omologato, rafforza questo messaggio: la couture non come celebrazione di un ideale astratto, ma come spazio di rappresentazione complessa.
Accessori: quando il dettaglio diventa concetto
Le scarpe-fungo, potenzialmente gimmick, funzionano invece come estensione coerente del discorso. Il tacco scultoreo non è decorazione, ma segno. Un promemoria visivo del racconto sotteso alla collezione.
Le borse, leggere e spesso trasparenti, rinunciano all’idea di oggetto iconico per diventare elementi narrativi. È un gesto forte per Chanel, che storicamente ha costruito gran parte del proprio immaginario sugli accessori.
La mariée
Il look finale, dedicato alla sposa, sintetizza con precisione la visione di Blazy. Non un abito monumentale, ma un tailleur bianco costruito con scaglie di perle sottilissime, quasi immateriali.
È una sposa che non occupa lo spazio, ma lo attraversa. Una figura che rifiuta la retorica dell’eccezionalità per affermare un’idea diversa di lusso: intelligente, consapevole, attuale.
Chanel Haute Couture SS26 non è una collezione che cerca consenso immediato. È un progetto che chiede tempo, attenzione, cultura visiva.
Matthieu Blazy non usa la couture per dimostrare cosa sa fare, ma per interrogarsi – e interrogarci – su cosa possa ancora essere. In un sistema moda spesso prigioniero dei propri codici, questa è forse la presa di posizione più radicale possibile.




