Saint Laurent SS27

L’addio di Vaccarello è Golden: tutte le emozioni

La sera della seconda giornata della Paris Fashion Week, Saint Laurent porta in passerella la collezione Women’s SS27 di Anthony Vaccarello.

È uno di quegli appuntamenti in cui la moda sembra avere improvvisamente una memoria propria: non si guarda soltanto ciò che arriva in passerella, ma anche ciò che potrebbe finire.

Dopo dieci anni alla guida della maison, infatti, ogni dettaglio dello show sembra parlare di un passaggio di testimone. Saint Laurent non ha ufficialmente annunciato la fine del rapporto con Vaccarello, ma i segnali della serata hanno reso quasi impossibile non leggere la sfilata come un possibile ultimo capitolo.

La collezione SS27 di Saint Laurent a Parigi – L’addio di Vaccarello

E forse proprio per questo Anthony Vaccarello sceglie di non spiegare troppo. Prima dello show, agli ospiti arrivano calle nere accompagnate da un messaggio nel quale il designer racconta di avere questa collezione in mente da molto tempo e di aver sentito che quello fosse finalmente il momento giusto per portarla alla luce.

Una collezione personale, emotiva, sulla quale preferisce non aggiungere troppe parole: saranno le immagini, gli abiti e tutte le loro sfumature a parlare.

È una scelta perfettamente coerente con il linguaggio che Vaccarello ha costruito in questi dieci anni. Un linguaggio nel quale Saint Laurent non è mai stato soltanto una sequenza di prodotti, ma soprattutto un’immagine, un’attitudine, una precisa idea di desiderio.

Il designer ha spesso diviso la critica e alimentato discussioni, ma è difficile negare la forza della visione che ha costruito attorno alla maison. Dal suo arrivo nel 2016 ha consolidato un immaginario immediatamente riconoscibile, fatto di sensualità, rigore, notte, pelle, tailoring e una femminilità potentemente contemporanea.

La sua eredità, qualunque sarà il futuro della maison, passa quindi anche da questo: avere trasformato Saint Laurent in uno dei racconti più riconoscibili della moda contemporanea.

Dieci anni, raccontati in oro

Per celebrare questo decennio, Vaccarello sceglie un colore che sembra quasi inevitabile: l’oro.

Non un semplice accento prezioso, ma una vera e propria atmosfera. L’oro invade la scena, si riflette nella notte parigina, dialoga con la Tour Eiffel e trasforma la passerella in una superficie quasi irreale. Saint Laurent sembra per un momento uscire dalla dimensione della moda per entrare in quella del mito.

La scenografia è monumentale, ma non gratuita. Sotto la Tour Eiffel, il riferimento all’Hôtel Inter-Continental e al suo Salon Impérial — luogo legato alla storia dell’alta moda di Yves Saint Laurent — costruisce un ponte tra passato e presente.

Enormi lampadari sembrano sospesi nel cielo di Parigi. La Tour Eiffel stessa si accende d’oro. Tutto contribuisce a costruire una dimensione quasi teatrale, ma senza sottrarre attenzione ai vestiti. È uno degli aspetti più interessanti dello show: la scenografia è enorme, eppure resta funzionale al racconto della collezione.

Il lusso non viene rappresentato soltanto attraverso ciò che indossano le modelle. È nell’ambiente, nella luce, nella scala dell’evento, nella distanza tra il corpo e la città. È una Saint Laurent che guarda il proprio passato e lo trasforma in spettacolo contemporaneo.

E allora l’oro diventa qualcosa di più complesso di una semplice scelta cromatica.

È potere, naturalmente. Desiderio. Ricchezza. Seduzione. Ma è anche Tempo.

L’oro è ciò che rimane quando tutto il resto cambia.

L’oro come materia

La prima parte della collezione sembra costruita proprio attorno a questa idea. Il guardaroba viene attraversato da superfici dorate e metalliche che trasformano capi molto diversi tra loro in un unico racconto visivo: giacche dalle spalle definite, trench, completi sartoriali, gonne, abiti fluidi e silhouette che sembrano catturare la luce a ogni movimento. Reuters descrive una passerella attraversata da abiti dorati scintillanti, gonne in broccato, giacche dalle spalle nette e trench, mentre il finale si sposta verso il nero.

Vaccarello prende quindi alcuni dei codici più riconoscibili della propria Saint Laurent e li porta verso una dimensione quasi iconica.

La sartoria mantiene quella precisione affilata che negli anni è diventata una delle firme della maison. Le spalle costruiscono il corpo, i volumi non cercano morbidezze rassicuranti, le proporzioni conservano quella tensione tra maschile e femminile che appartiene profondamente alla storia di Saint Laurent.

Ma quando la luce colpisce i tessuti, il rigore della costruzione incontra qualcosa di più teatrale.

L’oro rende tutto più distante e più desiderabile.

Non è un guardaroba che chiede di essere semplicemente indossato. È un guardaroba che chiede di essere guardato.

E in questo senso il colore diventa anche una dichiarazione sul ruolo della moda stessa: quando il sistema è saturo di immagini, di contenuti e di prodotti, per creare desiderio bisogna tornare a costruire un’immagine capace di rimanere nella memoria.

Poi arriva il nero

E proprio quando sembra che tutto possa rimanere immerso nella luce dorata, Vaccarello riporta Saint Laurent nella notte.

Il nero arriva come una seconda metà del racconto.

È qui che la collezione torna a una delle coordinate più forti del suo decennio alla maison. Il nero non ha bisogno di spiegazioni. È immediato, sensuale, austero, provocatorio. È il colore che cancella il rumore e lascia emergere la silhouette.

La sequenza finale abbandona progressivamente l’esplosione dell’oro per riportare in scena abiti da sera neri, superfici più profonde e una sensualità più oscura.

Il passaggio è quasi cinematografico: dalla luce alla notte, dalla celebrazione alla malinconia.

Ed è proprio qui che il titolo della collezione, idealmente, trova il suo significato più profondo. Non è soltanto una collezione golden. È una collezione sul momento in cui qualcosa raggiunge il proprio massimo splendore e, proprio per questo, diventa impossibile non pensare alla sua fine.

Il tempo entra negli accessori

Il tema del tempo attraversa anche gli accessori, dove Vaccarello estremizza ancora una volta il vocabolario della maison.

Le scarpe diventano elementi quasi scultorei: forme affilate, appuntite, sensuali, con tacchi vertiginosi che trasformano il passo in una postura. Non sono accessori neutri, ma prolungamenti della silhouette.

È una costante della visione di Vaccarello: la scarpa non serve semplicemente a completare l’abito, ma contribuisce a costruire il personaggio.

La donna Saint Laurent non entra in scena casualmente. Arriva con una precisa fisicità, con una precisa distanza dagli altri, con una precisa consapevolezza del proprio corpo.

E ancora una volta tutto torna al tempo.

Perché in dieci anni Vaccarello non ha semplicemente accumulato collezioni. Ha costruito una grammatica. Ha ripetuto alcuni codici fino a renderli immediatamente leggibili e, stagione dopo stagione, li ha spinti verso nuove forme.

È questo il lavoro più difficile di un direttore creativo: riuscire a creare un linguaggio che possa essere riconosciuto anche quando cambia il vocabolario.

Miles Davis, le calle nere e Charlotte Gainsbourg

Prima ancora che inizi la sfilata, la musica suggerisce che non siamo davanti a un normale appuntamento di stagione.

Gli ospiti vengono accolti dalle note di Miles Davis per Ascenseur pour l’échafaud, il film di Louis Malle del 1958, mentre alcune immagini della pellicola accompagnano anche la comunicazione dello show. Il riferimento è sofisticato e cinematografico, perfettamente dentro quell’idea di Parigi notturna che Vaccarello ha coltivato per anni.

Poi arrivano le calle nere.

E infine Charlotte Gainsbourg.

La sua presenza non è casuale. È una delle figure che più profondamente appartengono all’universo culturale costruito da Vaccarello negli anni. La sua voce arriva nel finale, dal vivo, quando la collezione ha già attraversato oro e nero e il designer si prepara a lasciare la passerella. Il ritornello della canzone ripete una dedica a Yves Saint Laurent:

“You are so much, Yves Saint Laurent.”

A quel punto la moda diventa definitivamente memoria.

Le chiavi della maison

Il finale è il momento nel quale tutti i segnali accumulati durante la serata sembrano trovare una forma.

Vaccarello arriva davanti al pubblico vestito di nero, mentre le modelle si raccolgono dietro di lui. Il designer saluta, riceve l’applauso e la serata assume la forma di una celebrazione. Alcune ricostruzioni del finale hanno letto anche il gesto delle chiavi come un simbolo del passaggio di consegne, mentre l’addio resta, al momento, non ufficialmente confermato da Saint Laurent o Kering.

Ma al di là di quello che accadrà nei prossimi giorni, il significato emotivo dello show è già compiuto.

Perché dieci anni di lavoro non si cancellano con una nuova nomina.

Vaccarello ha lasciato dentro Saint Laurent una precisa idea di donna, di desiderio e di lusso. Ha contribuito a trasformare il brand in un universo riconoscibile anche oltre il prodotto: un luogo nel quale la moda, la musica, la fotografia, la notte parigina e la sensualità appartengono allo stesso racconto.

È questo forse il risultato più importante della sua direzione creativa.

Il prodotto può essere discusso. Una collezione può dividere. Una silhouette può piacere o non piacere. Ma quando un designer riesce a creare un immaginario nel quale le persone vogliono entrare, il suo lavoro supera la singola stagione.

E Saint Laurent, sotto Vaccarello, è diventato proprio questo.

Un immaginario.

Una maison difficile da riscrivere

Si scriveranno molte pagine su questo possibile addio. Si discuterà delle scelte stilistiche, dell’eredità, del prossimo direttore creativo e della direzione che prenderà Saint Laurent.

Ma c’è un elemento che resta fuori da qualsiasi comunicato: l’impronta lasciata da dieci anni di lavoro.

Il prossimo capitolo dovrà necessariamente confrontarsi con questa eredità. Non per cancellarla, ma perché ogni nuova visione dovrà trovare il modo di esistere dopo un immaginario così forte.

Ed è proprio qui che la moda torna a essere sogno.

Perché Saint Laurent non è soltanto un abito dorato, un blazer nero o un tacco vertiginoso. È una visione, un modo di stare nel mondo: attraversare Parigi di notte, fermarsi sotto la Tour Eiffel illuminata, sentirsi per un istante dentro quell’immaginario. È proprio questa capacità di trasformare la moda in desiderio, e il desiderio in una fotografia che vorremmo vivere, la forza più profonda della maison.

La forza della moda è ancora questa: riuscire a farci immaginare una vita che non stiamo vivendo.

E davanti a una passerella illuminata d’oro, con la Tour Eiffel alle spalle e Charlotte Gainsbourg che canta mentre Anthony Vaccarello saluta per l’ultima volta, è difficile non pensare che questo sia esattamente ciò che Saint Laurent ha fatto per dieci anni.

Ha costruito un sogno.

E ora, forse, ne sta consegnando le chiavi.

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