Drew Henry debutta con una collezione divisa e infinite criticità

Nella terza giornata della Paris Fashion Week, Courrèges apre un nuovo capitolo della propria storia con il debutto di Drew Henry alla direzione creativa con la collezione SS27.

Una prima prova attesa, soprattutto perché arriva dopo cinque anni in cui Nicolas Di Felice aveva riportato la maison al centro dell’attenzione internazionale, costruendo attorno ai suoi codici storici un linguaggio contemporaneo fatto di vinile, denim, tagli netti, sensualità e riferimenti alla club culture.

Henry entra quindi in una casa che non ha bisogno di essere riportata alla luce. Il lavoro da fare è diverso: capire come intervenire su un’identità già riconoscibile senza limitarsi a sostituire un’estetica con un’altra.

La SS27 sceglie di farlo guardando indietro, ma in una direzione diversa da quella più immediatamente associata a Courrèges. Il bianco, l’argento e il rigore della Space Age lasciano spazio al colore, alla maglieria, a proporzioni più morbide e a una rilettura degli anni Sessanta più luminosa e quotidiana. Il risultato, però, appare ancora diviso tra intenzioni differenti e soprattutto non restituisce, almeno in questa prima prova, una direzione sufficientemente netta.

Il problema non è il cambiamento. È che non sempre è chiaro dove questo cambiamento voglia portarci.

La collezione SS27 di Courrèges e il debutto di Drew Henry a Parigi

Chi è Drew Henry

Drew Henry è uno di quei nomi che il grande pubblico della moda conosce soprattutto attraverso i marchi e i designer con cui ha lavorato. Nato nel 1988 a Mpumalanga, in Sudafrica, si forma alla LISOF di Johannesburg e successivamente alla Central Saint Martins di Londra, dove completa il master nel 2014.

Il passaggio più significativo della sua formazione avviene però negli anni trascorsi da Céline durante la direzione creativa di Phoebe Philo. È lì che Henry costruisce una parte fondamentale del proprio approccio al design: un modo di intendere l’abbigliamento attraverso la struttura, la proporzione e la funzione, senza rinunciare alla ricerca estetica.

Un’eredità che non è difficile riconoscere nel percorso successivo. Henry ha lavorato nel team di Phoebe Philo, ha ricoperto il ruolo di head of design per il brand della designer, è stato design director da JW Anderson e successivamente senior design director da Burberry sotto Daniel Lee.

È quindi figlio di una precisa stagione della moda contemporanea: quella generazione di designer cresciuta all’interno di un’idea di minimalismo sofisticato che ha avuto in Philo uno dei suoi riferimenti più importanti.

Ed è proprio questo il primo elemento interessante del suo arrivo a Courrèges. Henry porta nella maison un metodo costruito lontano dalla spettacolarizzazione immediata del prodotto. Ma Courrèges, oggi, è anche un brand che negli ultimi anni ha costruito una forte riconoscibilità attraverso immagini estremamente precise.

Courrèges riparte da lui

La nomina di Henry arriva dopo l’uscita di Nicolas Di Felice, il designer che negli ultimi cinque anni ha reinterpretato l’eredità di André Courrèges attraverso un guardaroba estremamente contemporaneo.

Di Felice aveva capito che Courrèges non doveva necessariamente tornare a essere una maison futurista nel senso letterale del termine. Il suo lavoro aveva trasformato il vinile, i cut-out, il denim, la maglieria aderente e le silhouette sensuali in strumenti per costruire un nuovo immaginario. Il risultato era una Courrèges riconoscibile, giovane e profondamente legata alla cultura notturna contemporanea.

Henry eredita quindi una casa che possiede già un linguaggio.

La sua prima scelta è non proseguirlo.

E qui cominciano le difficoltà.

La collezione SS27

La prima collezione di Drew Henry parte da un’immagine di Courrèges meno conosciuta, quella degli anni Sessanta precedenti alla piena consacrazione della Space Age. È una scelta interessante perché evita la strada più prevedibile: quella di prendere il futurismo di André Courrèges e aggiornarlo semplicemente con nuovi materiali o nuove proporzioni.

Henry guarda invece al lato più colorato dell’archivio.

Il set stesso suggerisce questa volontà di allontanarsi dall’immaginario più freddo della maison. Lo spazio è costruito attraverso una quantità quasi infinita di sedie vintage recuperate dai mercatini francesi, differenti per forma, materiale e colore. Non c’è una scenografia monolitica, ma una composizione volutamente molteplice.

È un’immagine che racconta già molto della collezione: Courrèges non vuole più essere soltanto geometria, superficie, bianco e argento.

Arrivano il colore e la maglieria.

Il nuovo logo Courrèges del 1967 riappare accanto alla collezione, quasi a dichiarare apertamente il punto dell’archivio da cui Henry ha deciso di ripartire. Le silhouette diventano meno rigide e il guardaroba cerca una dimensione più quotidiana.

La linea trapezio fa capolino su gonne, abiti e top, arrivando anche su capi di foggia maschile. È probabilmente uno dei riferimenti più chiari al patrimonio della maison, ma viene utilizzato in maniera meno iconica e più trasversale.

La costruzione dei capi diventa quindi il vero terreno sul quale Henry prova a misurarsi con Courrèges.

Ma è proprio qui che la collezione comincia a mostrare una certa difficoltà.

Un guardaroba quotidiano che non trova ancora una forma precisa

L’intenzione sembra essere quella di costruire un guardaroba reale, indossabile, contemporaneo. Non più necessariamente la Courrèges della notte, del club e della silhouette seconda pelle, ma una donna e un uomo che possano attraversare la giornata con capi più morbidi e meno dichiaratamente futuristi.

La maglieria diventa protagonista.

I colori si moltiplicano.

La silhouette si allontana dal corpo.

La linea trapezio viene ripetuta e reinterpretata.

Tutto sembra appartenere a una stessa famiglia di intenzioni, ma non sempre a uno stesso sistema estetico.

È questa la principale criticità del debutto di Henry: la collezione sembra raccontare contemporaneamente più possibili Courrèges senza averne ancora individuata una definitiva.

Da una parte c’è il riferimento all’archivio anni Sessanta. Dall’altra il desiderio di rendere il guardaroba più quotidiano. Poi la maglieria, il colore, il nuovo logo, la costruzione geometrica e alcuni elementi che sembrano cercare una continuità con il Courrèges immediatamente precedente.

Il problema è che queste componenti non sempre entrano in dialogo.

Si percepisce il lavoro del designer, si percepisce la ricerca, ma manca ancora quella tensione interna capace di trasformare elementi diversi in una visione unica.

Il primo look e la questione del cambio di direzione

Il debutto si apre con una serie di elementi che sembrano voler mantenere un rapporto con il carattere futurista della maison, prima di lasciare progressivamente spazio a una lettura più colorata e morbida.

È una transizione significativa.

Henry non cancella completamente Courrèges. Ne sposta il baricentro.

Ed è proprio questo spostamento a rendere la collezione interessante da osservare, anche quando non convince.

Perché il punto non è stabilire se il nuovo Courrèges debba essere migliore o peggiore di quello di Di Felice. Il confronto serve piuttosto a capire quanto sia difficile modificare una direzione creativa quando quella precedente aveva già prodotto codici immediatamente leggibili.

Con Di Felice bastava un vinile, un cut-out, una certa silhouette o un particolare trattamento del denim per riconoscere la maison.

Nella SS27 di Henry questa immediatezza sembra ancora mancare.

Il colore contro la Space Age

Il colore è probabilmente la dichiarazione più evidente della nuova direzione.

Non viene utilizzato semplicemente come elemento decorativo, ma come strumento per riportare Courrèges verso una fase più pop e meno austera della propria storia.

È una scelta coerente con il desiderio di recuperare gli anni Sessanta precedenti all’immagine quasi monocromatica con cui la maison è stata maggiormente identificata. Ma anche qui emerge una contraddizione.

La forza storica di Courrèges risiede proprio nella capacità di trasformare la semplificazione in identità. Henry introduce più elementi, più colori, più riferimenti e più possibilità. Ma aumentando le variabili diminuisce, almeno per ora, la chiarezza dell’immagine complessiva.

La collezione sembra quindi trovarsi in una fase di ricerca più che di affermazione.

E per un debutto è forse inevitabile.

Dopo Di Felice, una Courrèges ancora da decifrare

La difficoltà maggiore per Henry non è dunque l’archivio.

È il presente.

Courrèges arriva a questo debutto dopo un periodo nel quale Nicolas Di Felice aveva costruito un vocabolario estremamente riconoscibile. Cambiarlo significa inevitabilmente correre il rischio di produrre una collezione che, nel tentativo di dichiarare una nuova identità, finisca per perdere temporaneamente quella precedente.

È esattamente ciò che accade in parte con la SS27.

Il cambio di capitolo è repentino. Il nuovo direttore creativo sembra voler mettere immediatamente le proprie carte sul tavolo, ma le carte sono ancora troppe per capire quale sia davvero quella decisiva.

E così la collezione appare divisa.

Divisa tra passato e presente, tra il Courrèges di Di Felice e quello che Henry vuole costruire, tra la Space Age e gli anni Sessanta più colorati, tra un guardaroba quotidiano e la necessità di mantenere una forte identità di maison.

Non è una collezione priva di idee. Al contrario, ne contiene molte.

Il problema è che, per ora, non tutte sembrano appartenere alla stessa storia.

Un debutto che lascia più domande che risposte

Tra gli ospiti della sfilata c’è anche Bianca Balti, mentre in passerella Courrèges mette in scena il primo vero confronto tra il patrimonio della maison e la sensibilità di Drew Henry.

È un debutto divisivo, soprattutto perché arriva dopo un periodo nel quale il brand aveva trovato una direzione precisa. Henry sceglie di non replicarla e questo rende inevitabilmente più evidente ogni incertezza.

La sensazione, osservando la collezione, è quella di trovarsi davanti a un designer che conosce perfettamente gli strumenti del mestiere ma che deve ancora stabilire quale di questi strumenti debba diventare la firma della nuova Courrèges.

La formazione da Phoebe Philo si sente nella ricerca di un abbigliamento meno dipendente dall’effetto immediato, nella costruzione delle silhouette e nell’attenzione alla vita quotidiana. Ma proprio questo patrimonio rischia di diventare un’altra sovrastruttura se non viene trasformato in un linguaggio autonomo.

Drew Henry ha davanti a sé un percorso in salita.

Non perché la prima collezione sia necessariamente un fallimento, ma perché il debutto non consegna ancora una chiave di lettura sufficientemente chiara. E quando una maison come Courrèges cambia direzione, la chiarezza dell’identità diventa forse la prima cosa da ricostruire.

La SS27 è quindi una collezione di passaggio, ma soprattutto una collezione che lascia aperta una domanda: quale Courrèges vuole davvero costruire Drew Henry?

Per ora la risposta non è ancora evidente.

Ed è forse proprio questo il dato più interessante del debutto. Henry ha aperto la porta, ha spostato i mobili, ha cambiato la luce e ha riportato il colore dentro la stanza. Ma la nuova casa, almeno per il momento, non ha ancora trovato la propria forma definitiva.

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