Fendi Couture FW 26

Roma, il cinema e la mostra dedicata a Karl Lagerfeld ispirano il debutto di Maria Grazia Chiuri

Ci sono debutti creativi che segnano semplicemente un nuovo capitolo e altri che assumono il valore di una dichiarazione. Quello di Maria Grazia Chiuri alla guida della Couture di Fendi appartiene alla seconda categoria: non è soltanto l’inizio di una nuova direzione estetica, ma il ritorno di una maison alle proprie radici più profonde, quelle legate alla città di Roma, all’artigianalità italiana e a un’idea di moda come patrimonio culturale.

Il 9 luglio 2026, nella cornice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Fendi presenterà la prima collezione Haute Couture Autunno/Inverno 2026-2027 firmata da Maria Grazia Chiuri. Una scelta che appare immediatamente simbolica: la designer romana torna nella sua città d’origine per aprire un nuovo capitolo della storia della maison, scegliendo un luogo dedicato alla conservazione e alla celebrazione dell’arte moderna e contemporanea.

La GNAMC, con il suo patrimonio di quasi 20.000 opere appartenenti alle principali correnti artistiche degli ultimi due secoli, diventa così molto più di una semplice location. È uno spazio di dialogo tra passato e presente, tra memoria e sperimentazione, due elementi che da sempre definiscono l’identità di Fendi.

Dopo anni trascorsi alla guida di importanti maison internazionali, Maria Grazia Chiuri torna dunque a Roma con uno sguardo maturato attraverso esperienze globali, ma profondamente legato alla cultura visiva della Capitale. La sua prima couture per Fendi nasce infatti da un incontro tra la storia della casa romana e una nuova sensibilità contemporanea, dove l’archivio non viene utilizzato come semplice repertorio estetico, ma come materia viva da reinterpretare.

La sfida è ambiziosa: entrare in una maison costruita su oltre cento anni di savoir-faire familiare e su un’eredità creativa segnata da figure leggendarie come Karl Lagerfeld, trasformando il patrimonio esistente senza cancellarne la memoria.

Il ritorno alle origini: Fendi e il legame eterno con Roma

La relazione tra Fendi e Roma è una delle storie più affascinanti della moda contemporanea.

Fondata nel 1925 da Adele ed Edoardo Fendi in via del Plebiscito, la maison nasce come laboratorio familiare dedicato alla pelletteria e alla pellicceria. È proprio nella capacità di lavorare la materia, trasformandola attraverso tecnica e immaginazione, che Fendi costruisce la propria identità.

Roma diventa presto parte integrante del linguaggio della casa: non soltanto una città, ma una fonte continua di ispirazione fatta di architetture, geometrie, luce, monumenti e contrasti.

È una Roma sofisticata e cinematografica quella raccontata da Fendi negli anni, una città dove il lusso convive con la quotidianità, dove il passato dialoga con la modernità.

Maria Grazia Chiuri sceglie di ripartire proprio da questa dimensione.

Per la designer, la couture rappresenta il luogo ideale in cui interrogarsi sull’identità di una maison. L’Alta Moda, infatti, non è soltanto il punto più alto della tecnica sartoriale, ma anche lo spazio in cui una casa può raccontare la propria storia, il proprio immaginario e la propria idea di bellezza.

La prima collezione Fendi Couture FW 26 diventa quindi un viaggio attraverso i codici fondamentali della maison: la geometria, la materia, l’artigianalità e il rapporto tra corpo e abito.

Un debutto costruito attorno alla memoria di Karl Lagerfeld

Il nuovo capitolo firmato Maria Grazia Chiuri nasce inevitabilmente anche dal confronto con il passato creativo di Fendi.

Dal 1965 al 2019 Karl Lagerfeld ha rappresentato una figura centrale nella storia della maison, guidandone l’evoluzione estetica per oltre cinquant’anni. Il suo rapporto con le cinque sorelle Fendi ha dato vita a una delle collaborazioni più longeve e significative della moda internazionale.

Lagerfeld non si limitò a disegnare abiti: trasformò il modo stesso di concepire la pellicceria, portandola fuori dalla dimensione tradizionale e rendendola terreno di sperimentazione, leggerezza e ricerca.

La sua visione contribuì a definire un nuovo linguaggio Fendi, fatto di ironia, modernità e contaminazioni artistiche.

Proprio questo rapporto creativo viene celebrato attraverso la mostra After un percorso di lavoro. Fendi / Karl Lagerfeld 1985. After Steps Through Work, presentata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea in occasione della sfilata couture.

L’esposizione, aperta al pubblico dal 10 luglio al 25 ottobre 2026, nasce come riattivazione della storica mostra dedicata al lavoro di Karl Lagerfeld per Fendi e racconta il rapporto tra il designer e la maison attraverso materiali d’archivio, creazioni e testimonianze del processo creativo.

La scelta di inaugurare questo progetto proprio nel giorno del debutto couture di Maria Grazia Chiuri assume un significato preciso: prima di immaginare il futuro, Fendi torna a osservare il proprio percorso.

Non si tratta però di nostalgia.

Il passato viene utilizzato come strumento di ricerca, come una mappa attraverso cui comprendere quali elementi siano ancora capaci di generare nuove possibilità.

Ed è proprio questa ricerca negli archivi ad aver influenzato profondamente la collezione.

Il punto di partenza: Histoire d’Eau, il primo fashion film della storia

Tra le principali fonti d’ispirazione della Couture FW 26 emerge un riferimento fondamentale: Histoire d’Eau, il cortometraggio realizzato nel 1977 per presentare la prima collezione prêt-à-porter di Fendi firmata da Karl Lagerfeld.

Considerato il primo vero fashion film della storia, il progetto rappresentò una rivoluzione nel modo di comunicare la moda.

Prima di allora gli abiti venivano principalmente presentati attraverso fotografie, campagne pubblicitarie o passerelle tradizionali. Con Histoire d’Eau, invece, Fendi introduce un nuovo linguaggio: la moda diventa racconto, atmosfera, cinema.

Diretto da Jacques de Bascher, il film segue la protagonista Suzie, interpretata da Suzie Dyson, una giovane donna sofisticata che immagina di trovarsi in vacanza a Baden-Baden mentre in realtà vive una giornata sospesa nella Roma degli anni Settanta.

La città diventa il vero personaggio del racconto.

Suzie attraversa strade vuote, passeggia tra le architetture romane, acquista pellicce Fendi, condivide momenti di convivialità con le sorelle Fendi e arriva al gesto più iconico del film: immergersi nelle fontane della Capitale.

Un’immagine libera, ironica e profondamente contemporanea.

Quella donna rappresentava una nuova idea di femminilità: elegante ma spontanea, sofisticata ma anticonvenzionale, capace di vivere la città come un luogo di gioco e possibilità.

È proprio questo immaginario che Maria Grazia Chiuri sceglie di recuperare.

Non una citazione letterale, ma una sensazione: il desiderio di raccontare una donna libera, cinematografica e misteriosa, profondamente legata a Roma ma proiettata verso il futuro.

La ricerca negli archivi, il labirinto creativo e il dialogo tra arte e materia

Se Histoire d’Eau rappresenta il punto di partenza emotivo della collezione, la ricerca negli archivi Fendi costituisce invece la struttura intellettuale su cui Maria Grazia Chiuri costruisce la sua prima Haute Couture per la maison romana.

La designer non guarda all’archivio come a un luogo statico, una raccolta di immagini da replicare o codici estetici da riproporre. Al contrario, lo interpreta come un territorio aperto, un sistema di idee ancora capace di generare nuove forme.

È proprio durante il lavoro sulla mostra dedicata a Karl Lagerfeld che Chiuri individua uno degli elementi più significativi del progetto: il motivo del labirinto.

«I believe the Labyrinth is a metaphor of the creative process», ha raccontato la designer presentando la collezione.

Il labirinto diventa così una metafora del percorso creativo stesso: un movimento fatto di deviazioni, scoperte, ritorni e trasformazioni. Non una linea retta, ma un processo complesso in cui memoria e innovazione si incontrano continuamente.

È una riflessione particolarmente adatta alla storia di Fendi, una maison che ha sempre costruito la propria identità attraverso la sperimentazione.

La pellicceria trasformata in elemento couture, la pelle reinterpretata come superficie preziosa, il rapporto tra tecnica artigianale e ricerca estetica: ogni elemento della casa nasce proprio dalla capacità di attraversare territori diversi senza perdere la propria identità.

Per Maria Grazia Chiuri il labirinto rappresenta quindi anche il modo in cui una maison storica può continuare a evolversi.

Non si tratta di scegliere tra tradizione e modernità, ma di accettare che la creatività nasca proprio dalla loro tensione.

La geometria della Secessione Viennese e la leggerezza della materia

Tra i riferimenti visivi più importanti della collezione emerge la Secessione Viennese, movimento artistico nato alla fine dell’Ottocento attorno alla ricerca di una nuova idea di bellezza, fondata sul rapporto tra arte, decorazione e geometria.

Uno dei riferimenti più evocativi della collezione è l’immagine di Emilie Flöge, designer, imprenditrice e figura centrale nella Vienna creativa dell’epoca, ritratta con una tunica dalle linee grafiche e dalle proporzioni allungate.

Quella silhouette, caratterizzata da un equilibrio tra struttura e libertà, diventa una chiave interpretativa per comprendere il lavoro di Maria Grazia Chiuri.

La designer recupera il rigore geometrico tipico della Secessione, ma lo trasforma attraverso la leggerezza della materia.

Le linee non rimangono rigide: si dissolvono.

La precisione del disegno viene tradotta attraverso chiffon, georgette, intarsi e lavorazioni sottilissime che trasformano la geometria in qualcosa di quasi impalpabile.

È proprio questo contrasto a definire il linguaggio della collezione: da una parte la costruzione architettonica, dall’altra la fluidità del movimento.

Il corpo non viene nascosto dall’abito, ma accompagnato.

La couture diventa una relazione tra la persona e ciò che indossa, un equilibrio in cui la materia sembra respirare insieme al movimento.

La materia come cuore dell’identità Fendi

Fin dalle sue origini, Fendi ha costruito il proprio prestigio sulla capacità di manipolare la materia.

La pelliccia, la pelle, i tessuti preziosi non sono mai stati semplicemente materiali da utilizzare, ma strumenti attraverso cui esprimere creatività e innovazione.

Maria Grazia Chiuri sceglie di riportare questa dimensione al centro della Couture FW 26.

La designer lavora con gli atelier della maison creando un dialogo continuo tra competenze differenti: pelletteria, pellicceria, tessuti leggeri e tessuti strutturati.

È proprio questa collaborazione interna a diventare uno degli elementi più importanti della collezione.

Ogni capo nasce dall’incontro tra tecniche diverse.

La pelle viene alleggerita fino a sembrare tessuto.

La pelliccia perde la sua immagine tradizionale di opulenza e diventa una superficie morbida, quasi tessile.

Gli intarsi creano effetti grafici, mentre le lavorazioni manuali trasformano materiali complessi in elementi estremamente delicati.

Il risultato è una couture che non ostenta la tecnica, ma la rende visibile attraverso la leggerezza.

Il vero lusso non è più soltanto la rarità del materiale, ma la capacità di trasformarlo.

Il dialogo tra gli atelier: la nuova couture Fendi nasce dalle mani

Uno degli aspetti più interessanti del debutto di Maria Grazia Chiuri è proprio il modo in cui la designer interpreta il concetto di savoir-faire.

In un momento storico in cui molte maison cercano di enfatizzare soprattutto l’immagine finale, Fendi sceglie di riportare l’attenzione sul processo.

La collezione nasce dalle mani degli artigiani.

Ogni elemento racconta ore di lavoro, conoscenza tecnica e memoria professionale.

Gli atelier diventano veri e propri laboratori creativi dove il passato non viene conservato, ma continuamente reinterpretato.

Questa filosofia è particolarmente evidente nella lavorazione della pelliccia.

Storicamente uno dei simboli più riconoscibili di Fendi, viene trasformata in qualcosa di nuovo: non più un elemento pesante e monumentale, ma una materia capace di leggerezza e movimento.

Lo stesso approccio riguarda la pelle, trattata con tecniche che ne modificano la percezione e la rendono quasi una superficie tessile.

È un modo per raccontare l’identità della maison senza ricorrere ai suoi simboli più immediati.

Fendi non ha bisogno di dimostrare la propria storia: la porta direttamente nelle tecniche.

Love Monster: Valeria Golino racconta la couture attraverso il cinema

A completare il progetto arriva Love Monster, il cortometraggio diretto da Valeria Golino per accompagnare la collezione Couture Fall/Winter 2026-2027.

Il film rappresenta un ulteriore collegamento con la tradizione narrativa di Fendi, riportando la moda nel territorio del cinema.

Ambientato negli spazi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, il cortometraggio vede protagonisti Leila George e Pietro Castellitto in una sequenza sospesa tra realtà e immaginazione.

Il museo diventa un luogo teatrale e misterioso.

Tendaggi che si aprono lentamente, sale monumentali attraversate dai protagonisti, giochi di luce e movimento costruiscono un’atmosfera quasi onirica.

La relazione tra i due personaggi diventa una metafora del desiderio: attrazione, distanza, ricerca.

L’abito non è semplicemente qualcosa da indossare, ma un elemento narrativo.

Nel momento più suggestivo del film, Pietro Castellitto, vestito di nero, apre le braccia mostrando una creazione couture dalle forme simili ad ali.

È un’immagine potente, quasi mitologica.

La couture diventa trasformazione, possibilità di diventare qualcun altro, di abitare un’immagine nuova.

Proprio come accadeva in Histoire d’Eau, ancora una volta Fendi sceglie il cinema per raccontare non solo cosa indossare, ma un modo di vivere la moda.

Il desiderio come nuova forma di lusso: la prima couture di Maria Grazia Chiuri per Fendi

Dopo aver attraversato gli archivi, il cinema e la storia della maison, la prima collezione Fendi Haute Couture Autunno/Inverno 2026-2027 firmata da Maria Grazia Chiuri arriva alla sua espressione più concreta: gli abiti.

È proprio nella costruzione delle silhouette, nella scelta dei materiali e nel rapporto con il corpo che emerge la visione della nuova direttrice creativa.

La domanda che accompagna l’intero progetto sembra essere una sola: che cosa significa desiderare un abito oggi?

Per Maria Grazia Chiuri la couture non deve essere soltanto un esercizio di perfezione tecnica o una celebrazione del lusso più evidente. Deve tornare a essere un luogo emotivo, capace di creare un legame profondo tra chi realizza un capo e chi lo indossa.

Il desiderio diventa quindi il vero filo conduttore della collezione.

Non il desiderio inteso come ostentazione, ma come immaginazione. La possibilità di trasformare un tessuto, una lavorazione, una forma in qualcosa che appartiene alla dimensione del sogno.

È questa la funzione originaria dell’Alta Moda: costruire abiti che non rispondano soltanto a un bisogno pratico, ma alla necessità profondamente umana di raccontarsi attraverso ciò che si sceglie di indossare.

Una couture silenziosa, costruita sulla leggerezza

La prima impressione della collezione è quella di una straordinaria leggerezza.

Maria Grazia Chiuri sceglie di allontanarsi da una couture spettacolare e monumentale per concentrarsi su un’eleganza più intima, dove il valore dell’abito emerge dalla costruzione e dalla qualità della materia.

Le silhouette sono allungate, fluide, quasi sospese.

Tuniche in chiffon, abiti dalle proporzioni verticali, cappotti ispirati al kimono e vestaglie couture definiscono una figura femminile libera, in movimento.

L’abito non impone una forma al corpo, ma lo accompagna.

È una scelta significativa per una maison come Fendi, storicamente associata alla ricerca sulla struttura e sulla materia. Chiuri non rinnega questo patrimonio, ma lo interpreta attraverso una nuova sensibilità.

La costruzione rimane presente, ma viene nascosta.

La tecnica non viene esibita: si percepisce.

È proprio questa discrezione a rendere preziose le creazioni.

Ogni dettaglio sembra nato da un processo lungo e complesso, ma il risultato finale appare naturale, quasi spontaneo.

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