Il debutto di Maria Grazia Chiuri: ritorno a Roma, ritorno all’essenza
Alla Milano Fashion Week i biglietti davvero incandescenti sono due: Fendi e Gucci. Due maison, due debutti, due strategie che raccontano perfettamente il momento storico della moda. È il grande gioco delle poltrone creative, una partita dove il vero obiettivo è catalizzare l’attenzione globale. E se è vero che oggi l’importante è far parlare, Fendi FW26 ci riesce.
Con questa collezione, Maria Grazia Chiuri torna a casa. Dopo l’esperienza da Valentino e gli anni alla guida di Dior, la designer siede ora sulla poltrona di Fendi, brand dove aveva iniziato il suo percorso professionale lavorando per dodici anni accanto alle sorelle Fendi.
Un ritorno a Roma, un ritorno alle origini. Ma anche un banco di prova complesso: raccogliere un’eredità monumentale – quella di Karl Lagerfeld – senza restarne schiacciata.
La scenografia: “Meno io, più noi”
L’allestimento è dichiaratamente essenziale. Sul soffitto una sequenza di lampade nude, allineate come soldati disciplinati. Nessuna distrazione scenografica. Sul pavimento campeggia la scritta: “Meno io / Più noi”.
È un manifesto. O almeno dovrebbe esserlo.
Chiuri parla di squadra, di metodo, di artigianato condiviso. Racconta che proprio in Fendi, negli anni Novanta, ha imparato il valore del lavoro collettivo, del dialogo diretto con atelier e produttori. Oggi quel messaggio torna centrale. Ma la domanda resta sospesa: questa collezione riesce davvero a incarnare il “noi”?
Il nuovo logo: modernismo romano
Il primo gesto concreto di cambiamento riguarda l’identità visiva. In collaborazione con il graphic designer Leonardo Sonnoli, Chiuri rielabora il logotipo Fendi ispirandosi alle proporzioni originali e all’alfabeto classico inciso sulla Colonna Traiana.
Non è una rivoluzione urlata, ma un ritorno alle radici moderniste della maison. Un’operazione quasi archeologica che riafferma Fendi come maison profondamente romana, con una solidità grafica e culturale che precede qualsiasi trend.
In un’epoca in cui ogni nuovo direttore creativo azzera e ricostruisce il branding, qui si sceglie la continuità reinterpretata.
Pelliccia: da oggetto controverso a patrimonio eterno
Il cuore della questione Fendi resta la pellicceria. Chiuri affronta il tema senza rimozioni ideologiche. Non elimina, ma trasforma.
L’atelier romano diventa uno spazio di rimodellamento: le vecchie pellicce – anche di altri marchi – possono essere smontate, ricostruite, alleggerite, trattate come pezzi di Alta Moda. È un concetto di upcycling di lusso che cambia la narrativa: la pelliccia non come simbolo di eccesso, ma come oggetto destinato a durare, a essere tramandato.
In passerella le pellicce appaiono più leggere del consueto, meno opulente, più portabili. La leggerezza è una parola chiave di questa collezione.
Tra gli accessori spiccano le scarpe ricamate “Five Sisters”, omaggio alle cinque sorelle Fendi, realizzate in pelliccia upcycled in collaborazione con Sagg Napoli, partner già sperimentato dalla designer negli anni precedenti.
Il prêt-à-porter: rigore e fluidità
Per quanto riguarda l’abbigliamento, Chiuri adotta un approccio che supera la distinzione netta tra uomo e donna. Non si tratta di una dichiarazione genderless gridata, ma di un metodo progettuale: concentrarsi sul capo, sul materiale, sulla costruzione.
Il capospalla torna centrale. Giacche strutturate, spesso doppiopetto, segnano il punto vita o si sovrappongono ad abiti longuette. È un guardaroba femminile rigoroso, quasi severo, che dialoga costantemente con l’universo maschile.
La maglieria è sottile, il pizzo inserito con delicatezza, la pelle domina silenziosamente. I colletti – chemisier, talvolta trasformati in choker – sono un tributo evidente a Karl Lagerfeld, memoria storica della maison. Un dettaglio che diventa accessorio e potenziale oggetto del desiderio.
L’uomo: street, biker e workwear
Sul fronte maschile l’approccio è più disinvolto. Giubbotti biker, suggestioni sportive, accenni di workwear con tutone industriali abbinate a maxi tacchi vertiginosi.
Il gioco dei contrasti è continuo: minimalismo negli abiti e nei coat contro it-bag bold e dichiaratamente commerciali. Da un lato la sottrazione formale, dall’altro il prodotto iconico pronto per il retail.
Artigianato come metodo operativo
Chiuri ribadisce più volte la centralità del saper fare. Il rapporto con i produttori – inclusi i ricamatori indiani con cui collabora dagli anni ’90 – non è storytelling, ma parte integrante del processo creativo.
L’artigiano non è una figura romantica evocata in conferenza stampa, ma un ingranaggio reale del team. È un metodo appreso proprio dalle sorelle Fendi e che oggi viene riproposto come fondamento.
Eppure, osservando la sfilata, la collettività promessa dal claim sembra rimanere più concetto che immagine concreta.
La colonna sonora accompagna con la voce di Rosalía, scelta che potrebbe essere semplice atmosfera o preludio a future collaborazioni. In un sistema moda sempre più interconnesso con musica e cultura pop, nulla è casuale.
In prima fila siedono Monica Bellucci e Valeria Golino, incarnazioni perfette di una romanità sofisticata e intensa che dialoga con questa nuova fase della maison.
Una partenza controllata
La sensazione complessiva è quella di una collezione pensata per consolidare più che per sorprendere. Molti elementi della nuova Fendi sono già chiari: centralità del capospalla, alleggerimento della pelliccia, rigore femminile, accessori forti, merchandising pronto a popolare le boutique.
Forse, rispetto alle aspettative generate dal ritorno di Chiuri, ci si attendeva uno scarto più netto. Una dichiarazione più potente. Soprattutto considerando i recenti debutti di altre grandi maison, il confronto è inevitabile.
Ma Chiuri sembra aver scelto un’altra strada: non lo shock, bensì la sedimentazione. Non l’ego creativo, ma una costruzione progressiva.
“Meno io, più noi”: promessa o punto interrogativo?
La scritta sulla passerella resta l’immagine simbolo di questo debutto. “Meno io, più noi” dovrebbe essere il manifesto di una collezione collettiva.
Eppure la sensazione è che, almeno per ora, il progetto resti ancora in fase di definizione. Il “noi” evocato non è ancora del tutto visibile.
Forse è solo un punto di partenza. Ma nel sistema moda contemporaneo, dove tutto è immediato e mediatico, il tempo per costruire è sempre meno.
La strada per la nuova Fendi è tracciata. Ora resta da capire se questa rivoluzione silenziosa saprà trasformarsi in un’identità davvero condivisa.


