Dal simbolo al sistema: Full Bloom. L’identità che cresce, muta e si moltiplica.
Debutta la visual identity delle Olimpiadi e Paralimpiadi di Los Angeles 2028 Olympic Games. Un progetto che abbandona definitivamente l’idea di identità come segno fisso per abbracciare una logica aperta, modulare e generativa.
Per oltre un secolo, le Olimpiadi hanno costruito la propria immagine su un principio di riconoscibilità immediata: un logo centrale, stabile, capace di condensare in un segno l’intero racconto dei Giochi. Era un modello efficace, figlio di un’epoca in cui i brand dovevano soprattutto essere ricordati.
Los Angeles 2028 compie una scelta diversa, più sottile e al tempo stesso più radicale. Non elimina il logo, ma lo priva del suo ruolo dominante. L’identità non si concentra più in un simbolo unico, ma si distribuisce in un sistema articolato, dove il senso emerge dalla relazione tra le parti piuttosto che dalla forza di un singolo elemento.
È un cambiamento che riflette una trasformazione più ampia del design: in un contesto frammentato, fluido e iperconnesso, l’identità non può più essere rigida. Deve adattarsi, espandersi, vivere in ambienti diversi senza perdere coerenza. LA28 interpreta questa necessità costruendo non un’immagine, ma una struttura capace di generare immagini.
Il Superbloom come metafora e infrastruttura visiva
Il concetto di Full Bloom rappresenta il cuore narrativo del progetto, ma ridurlo a una suggestione estetica sarebbe limitante. Il riferimento al Superbloom californiano — quel fenomeno raro in cui interi territori si accendono improvvisamente di colore — viene tradotto in una vera e propria logica operativa.
Ciò che affascina di questo approccio è la sua precisione: il Superbloom non è solo bellezza spontanea, ma il risultato di condizioni specifiche, di equilibri delicati tra clima, tempo e territorio. Allo stesso modo, la visual identity di LA28 non è arbitraria, ma costruita su regole che permettono la variazione senza perdere controllo.
Ne deriva un sistema che si comporta come un organismo: cresce, si espande, cambia configurazione a seconda del contesto. L’identità non è mai identica a sé stessa, eppure resta sempre riconoscibile. È proprio questa tensione tra libertà e struttura a definire la sua contemporaneità.
I “blooms”: unità visive che generano significato
All’interno di questo impianto, i cosiddetti blooms rappresentano le cellule fondamentali del sistema. Non si tratta di semplici pattern, ma di elementi progettati per attivare combinazioni, per costruire narrazioni visive sempre diverse.
Ogni bloom porta con sé un frammento della città, ma non in modo didascalico. Non è una rappresentazione diretta, bensì una traduzione astratta di energie, culture, paesaggi. Quando questi elementi entrano in relazione tra loro, generano composizioni che riflettono la complessità di Los Angeles senza mai cristallizzarla in un’unica immagine.
Il risultato è un’identità che rinuncia deliberatamente all’idea di controllo totale. Non impone una forma definitiva, ma offre un campo di possibilità. È un approccio che richiede fiducia nel sistema e nella sua capacità di mantenere coerenza attraverso la variazione.
Continuità senza rigidità: il ruolo del loop
In un sistema così aperto, la questione della riconoscibilità diventa centrale. Senza un segno dominante, il rischio è quello della dispersione. LA28 risponde introducendo una logica visiva ricorrente, quella del loop.
Il loop non è un elemento decorativo, ma una struttura implicita che attraversa l’identità. La sua natura continua e ciclica crea una sensazione di familiarità, una memoria visiva che si costruisce nel tempo piuttosto che nell’immediatezza.
È una scelta intelligente, perché evita la rigidità senza rinunciare alla coerenza. Il loop non vincola le forme, ma stabilisce un ritmo, una cadenza riconoscibile che tiene insieme il sistema anche nelle sue manifestazioni più diverse.
Tipografia: la città come archivio visivo
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è il modo in cui la tipografia viene trattata non come elemento neutro, ma come veicolo culturale. Los Angeles, a differenza di molte altre metropoli, non possiede una tradizione grafica unitaria. La sua identità visiva nasce dalla stratificazione: insegne commerciali, lettering improvvisati, segni che convivono senza un ordine apparente.
La visual identity assorbe questa realtà e la rielabora attraverso un sistema tipografico complesso, in cui più font convivono e si sovrappongono. Non c’è la ricerca di un’armonia classica, ma di un equilibrio dinamico, capace di restituire la vitalità visiva della città.
In questo senso, la tipografia diventa uno degli strumenti più potenti del progetto: non solo comunica, ma costruisce atmosfera, introduce tensione, rende visibile quella dimensione quotidiana e imperfetta che definisce Los Angeles.
La struttura invisibile: progettare la complessità
Se l’identità appare libera e fluida, è perché poggia su una struttura estremamente rigorosa. La griglia che organizza il sistema non è immediatamente percepibile, ma è fondamentale per garantirne la coerenza.
È qui che il progetto dimostra la sua solidità: nella capacità di funzionare su scale completamente diverse, mantenendo sempre una logica interna. Dalle superfici monumentali degli stadi fino agli oggetti più piccoli, ogni applicazione è parte di un sistema che non perde mai il proprio equilibrio.
Particolarmente significativa è l’attenzione al contesto sportivo. Il design non invade lo spazio della performance, ma si adatta ad esso, modulando la propria presenza. È una scelta che rivela una comprensione profonda del ruolo del progetto: non protagonista assoluto, ma elemento che dialoga con ciò che lo circonda.
Il colore come esperienza percettiva
La palette cromatica è uno degli aspetti più immediatamente riconoscibili, ma anche uno dei più sofisticati. Non si limita a definire un’identità visiva, ma costruisce un’atmosfera.
I colori derivano dalla luce e dalla natura di Los Angeles, ma vengono rielaborati in chiave contemporanea, con una saturazione che li rende vibranti, quasi eccessivi. È una scelta coerente con l’immaginario della città, ma anche con la volontà di creare un impatto emotivo forte.
Il riferimento alla Bird of Paradise non è solo simbolico: diventa una matrice cromatica che informa l’intero sistema. Il colore, in questo contesto, non serve a distinguere, ma a immergere. Non è codice, ma esperienza.
Tradizione come punto di partenza, non di arrivo
Nonostante la sua natura innovativa, il progetto non si pone in opposizione alla storia olimpica. Al contrario, la studia attentamente, individuando nelle edizioni passate — in particolare quelle di Los Angeles — una serie di qualità da reinterpretare.
L’energia visiva, l’ottimismo, l’uso audace del colore diventano elementi di continuità, ma vengono tradotti in un linguaggio adatto al presente. Non c’è nostalgia, ma consapevolezza: la tradizione non viene replicata, viene trasformata.
Un’identità che si completa nel tempo
Uno degli aspetti più interessanti della visual identity di LA28 è il modo in cui è stata pensata per evolvere. Il rilascio anticipato non è solo una scelta strategica, ma parte integrante del progetto.
L’identità è concepita per essere utilizzata, adattata, reinterpretata da una molteplicità di attori. In questo senso, non è mai definitiva. Si completa attraverso le sue applicazioni, attraverso l’uso che ne verrà fatto nei prossimi anni.
È un’idea di design profondamente contemporanea: l’autore non controlla ogni esito, ma costruisce le condizioni perché il sistema possa vivere autonomamente.
Verso un nuovo linguaggio del branding
LA28 non è semplicemente un caso interessante di design olimpico. È un’indicazione chiara di dove sta andando il branding.
In un mondo in cui le identità devono attraversare contesti culturali, piattaforme e scale sempre più diverse, la rigidità diventa un limite. Servono sistemi capaci di adattarsi senza perdere senso, di cambiare senza dissolversi.
La visual identity di Los Angeles 2028 risponde a questa esigenza con un approccio che privilegia il comportamento rispetto alla forma. Non chiede di essere riconosciuta in un istante, ma di essere compresa nel tempo.
Ed è proprio in questa dimensione, più lenta e stratificata, che si gioca la sua forza.


